LE ULTERIORI CONTROVERSIE OLOCAUSTICHE DI ROBERTO MUEHLENKAMP

di Carlo Mattogno
 

Parte II
 

Nel mio studio su Bełżec ho dimostrato che la posizione della maggior parte delle fosse comuni indicata da Kola è in aperto contrasto sia con la testimonianza di Rudolf Reder, sia con gli accertamenti della Commissione di inchiesta polacca. Ciò risulta dal confronto tra la mappatura delle fosse comuni elaborata da A. Kola e da R. O'Neil da un lato, la pianta del campo disegnata da J. Bau su indicazioni del testimone Reder e la pianta ufficiale redatta da E. Szrojt in base alle indagini giudiziarie polacche dall’altro.

A questo riguardo Muehlenkamp, nella seconda parte della sua risposta[1], afferma:

«Al mio argomento che “per ciò che riguarda il disegno di J. Bau c’è la possibilità di un fraintendimento della descrizione di Reder, che può anche non essere stato molto chiaro o esatto a questo riguardo”, Mattogno risponde sottolineando che è stato esplicitamente dichiarato che il disegno è basato sul racconto di Rudolf Reder (suppongo che ciò sia vero, ma ciò non tocca il mio argomento) e citando due dichiarazioni di Reder circa il numero, le dimensioni e la capacità delle fosse comuni, che sono piuttosto esagerate per quanto riguarda il secondo e il terzo aspetto.

A parte il fatto che non ha confutato il mio argomento, egli in tal modo cambia le carte in tavola, perché il suo argomento originale – che è stato di conseguenza l’oggetto del mio commento – non riguardava il numero e le dimensioni delle fosse comuni, ma la loro localizzazione. Mattogno ha scritto quanto segue:

“Concludendo, la posizione della maggior parte delle fosse comuni indicata da A. Kola è in aperto contrasto sia con la testimonianza di Rudolf Reder, sia con gli accertamenti della Commissione di inchiesta polacca”.

Dall’alto di questo disonesto cambiamento di carte in tavola, Mattogno ha la sfrontatezza di chiamarmi disonesto per non aver trattato in questo contesto (cioè nella discussione delle sue affermazioni circa la differente posizione delle fosse comuni nelle varie piante) l’esagerazione delle affermazioni di Reder riguardo alle dimensioni delle fosse. Egli dovrebbe spiegare perché avrei dovuto preoccuparmi di dimensioni quando discutevo le sue affermazioni relative alla posizione» (corsivo mio).

Tanto per cominciare, Muehlenkamp non ha presentato alcun argomento: la mera «possibilità di un fraintendimento della descrizione» di un testimone, senza il minimo indizio a sostegno di essa, non è un argomento, ma una semplice insinuazione senza alcun fondamento. Da parte mia, invece, ho rilevato che

«la pianta in questione reca in margine, come sigillo ufficiale, la scritta: “Na podstawie powiadania R. Redera rysował Józef Bau”, letteralmente: “Sulla base del racconto di R. Reder disegnò Józef Bau: questo è il dato di fatto che bisogna tener presente, non insulse congetture sulle varie “possibilità”».

Ho poi citato il passo del mio studio su Bełżec in cui ho riportato due dichiarazioni di Reder particolarmente illuminanti per quanto riguarda la pianta in questione:

«In una dichiarazione resa nel 1945 alla Commissione storica ebraica di Cracovia, Reder affermò:

 “Una fossa era lunga 100 metri e larga 25. Una sola fossa conteneva circa 100.000 persone. Nel novembre 1942 c’erano 30 fosse, cioè 3 milioni di cadaveri”.

Nell’interrogatorio cui fu sottoposto dal giudice istruttore Jan Sehn il 29 dicembre 1945, il testimone ribadì:

“Le fosse erano scavate tutte con le medesime dimensioni e misuravano 100 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 15 di profondità”»,

e ho concluso che.

«Reder era stato chiarissimo con Bau: o forse bisogna valutare la «possibilità» che anche la Commissione storica ebraica e il giudice Sehn fossero incorsi in un “fraintendimento”?».

Perciò ho confutato totalmente e radicalmente l’insinuazione di Muehlenkap.

La testimonianza di Reder fu raccolta dalla dottoressa Nella Rost e pubblicata dalla Commissione centrale storica ebraica di Cracovia, di cui faceva parte anche J. Bau. Se Muehlenkap non si fida neppure delle sue fonti è solo affar suo.

 

Veniamo al mio presunto cambiamento delle carte in tavola. Muehlenkamp cerca di trarsi d’impaccio con una distinzione rabbinica: io avrei la sfrontatezza di chiamarlo disonesto per il fatto che non ha trattato la questione delle dimensioni delle fosse «in questo contesto». Ma in tal modo dimostra ancora una volta la sua sfrontata disonestà, perché io avevo precisato:

«La cosa più grave, che mostra la disonestà del mio critico, è che al riguardo avevo già rilevato che qui non si tratta soltanto della posizione delle fosse comuni, ma anche e soprattutto delle loro dimensioni:

“Per quanto riguarda la testimonianza di Reder, le 30 fosse da lui presuntamente viste nel campo avrebbero avuto una superficie complessiva (7,5 ettari) addirittura maggiore di quella del campo stesso (6,2 ettari)!”».

Nel  capitolo IV, paragrafo 2 del mio studio su Bełżec ho infatti argomentato così:

«Come ho accennato sopra, Kurt Gerstein e Rudolf Reder sono i due principali testimoni sul campo di Bełżec. Entrambi descrissero dettagliatamente le fosse comuni. In una dichiarazione resa nel 1945 alla Commissione storica ebraica di Cracovia, Reder affermò:

“Una fossa era lunga 100 metri e larga 25. Una sola fossa conteneva circa 100.000 persone. Nel novembre 1942 c’erano 30 fosse, cioè 3 milioni di cadaveri”.

Nell’interrogatorio cui fu sottoposto dal giudice istruttore Jan Sehn il 29 dicembre 1945, il testimone ribadì:

“Le fosse erano scavate tutte con le medesime dimensioni e misuravano 100 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 15 di profondità”.

Nel noto rapporto del 26 aprile 1945. Gerstein scrisse:

“Allora i corpi nudi furono gettati in grandi fosse di metri 100 x 20 x 12 circa situate presso le camere della morte”.

E nel rapporto da lui redatto il 6 maggio 1945 egli confermò:

“I cadaveri nudi furono [caricati] su carri di legno e gettati in fosse di metri 100 x 12 x 20 distanti soltanto pochi metri”.

Una fossa, dunque, aveva una superficie di 2.500 metri quadrati per Reder e di  2.000 metri quadrati per Gerstein, e un volume di 37.500 metri cubi per il primo e di 24.000 metri cubi per il secondo. Tuttavia, dalle indagini di A. Kola è risultato che la fossa più grande (la n. 1) aveva una superficie di appena 480 metri quadrati, quella più capiente (la n. 10) aveva un volume di soli 2.100 metri cubi. Inoltre, come ha rilevato A. Kola, la maggior parte delle fosse aveva una profondità di 4-5 metri, al di sotto della quale c'è la falda freatica. Perciò neppure le profondità di 12 o 15 metri asserite dai due testimoni trovano riscontro nelle indagini. Per quanto riguarda la testimonianza di Reder, le 30 fosse da lui presuntamente viste nel campo avrebbero avuto una superficie complessiva (7,5 ettari) addirittura maggiore di quella del campo stesso (6,2 ettari)!».

A quest’argomentazione, che smentisce categoricamente le dichiarazioni sulle fosse comuni dei due più importanti testimoni di Bełż ec, Muhelenkamp non ha risposto nulla né «in questo contesto» né altrove, perché egli, che si indigna perché ho tralasciato qualcuna delle sue afferrmazioni più insulse, a sua volta ha tralasciato prudentemente questo paragrafo: in che modo avrebbe potuto giustificare le menzogne proferite dai suoi due “testimoni oculari”? Ecco dunque un’altra prova della sua disonestà.

 

Nella sua seconda replica, egli azzarda inevece una risposta, asserendo che le dichiarazioni di Reder sono «piuttosto esagerate» per quanto riguarda numero e capacità delle fosse comuni: ma pretendere che a Bełżec esistessero fosse comuni con una superficie maggiore di quella del campo stesso, nelle quali erano stati sepolti 3 milioni di cadaveri, è una semplice esagerazione o una spudorata menzogna? Se si considera che l’intero racconto di Reder è costruito sull’ordine di grandezza di  questi 3 milioni di vittime, la riposta a questa domanda retorica risulta ancora più inequivocabile.

Ad esempio, egli parla di «un cortile lungo e largo circa 1 km», situato all’interno del campo, che dunque poteva accogliere comodamente un treno di 50 vagoni, senza bisogno di suddividerlo in tronconi di 20 vagoni, come sostiene la storiografia olocaustica. Egli afferma inoltre che in media venivano sterminate 10.000 persone al giorno, cosa impossibile già per ragioni di tempo, senza contare che a questo ritmo il campo avrebbe lavorato effettivamente per (434.508 : 10.000 =) 43,4 giorni o meno di un mese e mezzo[2]. Per non parlare di questa sua dichiarazione, devastante per la storiografia olocaustica:

«Non so dire se attraverso questi tubi si sprigionasse qualche gas nelle camere, se si comprimesse l'aria nelle camere oppure se l'aria venisse pompata via dalle camere. [...]. L'aria nelle camere, dopo la loro apertura, era pura, limpida e inodore. In particolare, in esse non si percepiva alcun fumo dei gas di combustione del motore. Questi gas erano convogliati dal motore direttamente all'esterno e non nelle camere (Gazy te były odprowadzane z motoru wprost na dwór a nie do komór)».

Se il gas di scappamento del motore non era convogliato nelle camere a gas, come morivano le vittime?

Nella mia prima risposta a Muehlenkamp ho riassunto così il mio argomento relativo alle fosse esposto nel libro:

«In conclusione, il numero, la forma e le dimensioni delle fosse comuni presuntamente individuate da Kola sono del tutto arbitrari, la loro posizione è irrazionale e in contrasto con le testimonianze di ex detenuti (Reder) e di imputati (Jührs), con le indagini polacche (Commissione di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia) e con la storiografia (Arad)».

Dal che si desume quale sia l’onestà di Muehlenkamp.

 

Egli prosegue asserendo che

«nel racconto di Reder ci sono aspetti che non sono così lontani dai ritrovamenti del prof. Kola. Come Mattogno stesso ci dice, la mappa di J. Bau basata sul racconto di Reder “mostra 26 fosse lungo il confine nord–est e 6 al centro del campo”. Il prof Kola trovò 21 di queste 33 fosse, il 64 %  del totale, nella parte ovest e nord-ovest del campo, le altre 13, il 36%, nell’area nord-orientale del campo. Così, a parte il fatto che il numero totale delle fosse contato da Reder e da Kola è simile (30 contro 33), ci sono due cose in cui Reder ha più o meno ragione: il fatto che esistessero fosse in due diverse aeree del campo e la localizzazione della maggior parte delle fosse comuni nel settore ovest/nord-ovest del campo. Enfatizzando il “contrasto” tra la pianta di Kola e la pianta di J.Bau/Reder, Mattogno a quanto pare non si è accorto delle somiglianze tra di esse» (corsivo mio).

Per quanto riguarda il numero delle fosse, il concetto stesso di “conteggio” evocato da Muehlenkamp è fallace. Reder ha parlato di 30 fosse non perché abbia “contato” 30 fosse esistenti sul terreno, ma solo per ragioni aritmetiche: le fosse dovevano contenere i presunti 3 milioni di cadaveri in ragione di 100.000 cadaveri l’una,  perciò non potevano essere che (3.000.000 : 100.000 =) 30!

Nel paragrafo 4.6 della mia risposta a Muhelenkamp ho inoltre dimostrato che né il numero, né le forme delle fosse comuni dichiarate da Kola costituiscono un fatto, ma una sua arbitraria congettura. Perciò qui non c’è alcuna somiglianza reale.

Neppure il fatto che la pianta di J. Bau indichi le fosse comuni in due diverse aeree del campo rappresenta una somiglianza con i presunti ritrovamenti di Kola, perché questi si situano in tre settori, il lato NNE (21 fosse), il lato NNO (7 fosse) e il lato SSO (5 fosse)[3]. Il secondo sito di fosse della pianta di J. Bau si trova per di più nel settore sud del campo, all’altezza e al di sotto della diramazione ferroviaria.

Quanto infine alla pretesa «localizzazione della maggior parte delle fosse comuni nel settore ovest/nord-ovest del campo» nella pianta di J. Bau, essa è chiaramente falsa, perché in  questa pianta la «maggior parte delle fosse comuni» si trova nel settore NNO (lato alto del campo)[4], dove la pianta di Kola ne riporta solo 7 (ossia il 12%).

Come ho osservato nel mio studio,

«se si prende in esame la pianta di Bełżec pubblicata da Yitzhak Arad, si deve concludere che gli alloggi delle guardie ucraine, gli impianti sanitari (barbieri, infermeria, dentisti per SS e Ucraini), la cucina per le guardie ucraine, il garage e i laboratori di calzoleria e sartoria (indicati nella pianta con i numeri 3, 4, 5, 7 e 8) si trovavano a ridosso di fosse comuni o addirittura sopra di esse!».

 

Muhelenkamp dice ancora che

«Mattogno contesta poi il mio argomento che “l’area delle fosse che appare nelle piante della Commissione di inchiesta corrisponde alle fosse di Kola situate nella parte orientale del campo”, rilevando che “mentre nel disegno di Kola la maggior parte delle fosse risulta dislocata lungo il confine nord–ovest, nel disegno della Commissione di inchiesta polacca tutta l’area delle fosse è concentrata in un rettangolo posto sul confine nord–orientale del campo”. Ho scritto qualcosa di contrario? Non credo».

Per maggior chiarezza, mentre nel disegno di Kola la maggior parte delle fosse risulta dislocata lungo il lato sinistro del campo, nel disegno di E. Szrojt tutta l’area delle fosse è concentrata in un rettangolo posto lungo il lato superiore. Perciò la contraddizione è netta.

Circa il significato di questa contraddizione, essa riguarda essenzialmente le affermazioni di  Muehlenkamp, che ha voluto individuare una corrispondenza e una conferma dove c’è soltanto una contraddizione. D’altra parte, la Commissione di inchiesta polacca giunse a stabilire che l’intera l’area delle fosse comuni era concentrata nel rettangolo indicato nella pianta di E. Szrojt al termine di un’inchiesta giudiziaria, sulla base di soprallughi nell’area dell’ex campo ed escussione di testimoni.

 

Muhelenkamp si occupa poi della posizione delle fosse presuntamente individuate da Kola. Nel libro ho scritto che esse sono «sparpagliate alla rinfusa in quasi tutto il campo senza alcun orientamento preciso e senza alcun ordine»; nella mia risposta ho ribadito che

«le fosse comuni sono proprio sparpagliate alla rinfusa, a ferro di cavallo, sui lati nord–ovest/nord–est del campo, come risulta indubitabilmente dal relativo disegno di Kola».

Con la sua ferrea logica egli osserva acutamente che i due concetti non sono «identici» (non è chiaro se ciò implichi per lui una contraddizione): infatti sono complementari, il secondo essendo una semplice precisazione del primo.

Muehlenkamp sottolinea che ha

«risposto rilevando che le fosse, come appare nelle piante di Kola, sono concentrate nella parte occidentale e nord-occidentale del campo da un lato e nella parte orientale dall’altro, le prime sono insieme e vicine, le altre più sparpagliate».

Ma che le fosse siano concentrate su tre lati del campo (a ferro di cavallo, appunto) nulla toglie al fatto che vi sono disposte alla rinfusa e orientate a casaccio, come risulta chiaramente dal relativo disegno schematico di  R.O’Neil, che ho riportato come documento 4 (come documento 5 nel libro) e al quale rimando.

Questa confusione, ho sottolineato, contrasta con

«una disposizione ordinata delle fosse [che] avrebbe evidentemente consentito uno sfruttamento più razionale dell'esiguo spazio disponibile e una maggiore protezione sanitaria del personale del campo».

Muehlenkamp adduce il seguente argomento, che avrei “ignorato”:

«Sarebbe stato certo un vantaggio scavare le fosse in file l’una accanto all’altra, per quanto ciò non avesse portato a pareti delle fosse troppo sottili e di conseguenza soggette a crollare nel suolo di sabbia come quello di Bełżec.

Il risultato delle indagini di Kola suggerisce difatti che le fosse vicine si fusero in alcuni casi a causa del crollo delle pareti, il che rende più difficile stabilire il numero originario, la forma e le dimensioni delle fosse interessate.

Il collocare le fosse troppo vicine le une alle altre avrebbe reso più difficile estrarre il terreno dalle fosse».

E questo sarebbe un argomento? Dalla pianta di E. Szrojt risulta che il lato superiore del campo misurava 285 metri. Una disposizione delle fosse come quella disegnata nella pianta di J. Bau avrebbe reso possibile la presenza in quest’area, ad esempio, di due file di fosse (una di 17, l’altra di 16) larghe 10 metri e lunghe 17, collocate ad una distanza di circa 6,5 metri l’una dall’altra (più che sufficiente per evitare crolli delle pareti) e con uno spazio anche di 10 metri tra le due file (la prima fila avrebbe occupato [ 17 x [10 + 6,5] = 280,5 metri). In tal modo si sarebbero ottenute 33 fosse con una superficie totale appena un po’ più grande di quella dichiarata da Kola, ossia: 10 x 17 x 33 = 5.610 metri quadrati. Lasciando ancora 10 metri tra la prima fila e la recinzione del campo e altri 10 dopo la seconda fila, l’intero complesso delle fosse avrebbe occupato una superficie di 18.240 metri quadrati, meno del 30%  di tutta l’area del campo.

L’argomento della difficoltà dell’estrazione della sabbia dalle fosse è ancora più insulso, perché  le fosse sarebbero state costruite una dopo l’altra secondo le necessità, sicché tutto lo spazio destinato alle fosse successive non ancora scavate sarebbe stato pienamente disponibile per l’estrazione della sabbia da ogni singola fossa.

 

La risposta successiva  – che questa banalmente razionale disposizione delle fosse comuni avrebbe richiesto «perizia e organizzazione», cose che, a dire di Muehlenkamp, il personale SS di  Bełżec non avrebbe posseduto perché «non era addestrato militarmente», è semplicemente ridicola: ci vuole un ingegnere o un alto ufficiale proveniente dall’accademia militare per fare un lavoro che qualunque contadino potrebbe fare facilmente con una rotella metrica e un gomitolo di spago?

 

Muehlenkamp presenta poi una citazione da un articolo di Alex Bay intitolato Belzec: Reconstruction of the Death Camp per dimostrare che, nella seconda fase del campo, le fosse furono scavate in modo sistematico e razionale. Bay avrebbe infatti individuato, sul limite superiore del campo, sei fosse comuni lunghe 25 metri e disposte a intervalli regolari, donde, appunto, la conclusione che

«nel periodo finale di Bełżec il perfezionamento della tecnica di uccisione in massa, favorito dalla meccanizzazione, portò all’uso di fosse comuni di dimensioni simili scavate in modo approssimativamente ordinato».

Ma anche ammesso e non concesso che queste sei fosse comuni esistessero davvero, perché mai dovrebbero appartenere alla seconda fase del campo? Soltanto perché si parte dal presupposto che, in questa fase, il personale SS del campo avrebbe acquisito la perizia necessaria per scavare fosse in modo razionale! Un semplice circolo vizioso. E se ciò è vero, perché Kola non ha trovato le tracce di queste fosse presuntamente di «dimensioni simili [e] scavate in modo approssimativamente ordinato»?

Nella fattispecie, che l’immagine 4.6.14 di Bay[5] mostri realmente la sagoma di sei fosse comuni più o meno uguali, lo può credere soltanto chi abbia avuto la grazia di una fede olocaustica cieca. Senza contare il fatto che in quest’area Kola ha trovato soltanto tre fosse, per di più di forme e dimensioni diverse.

Quanto valgano le congetture di Bay risulta evidente dal fatto che egli pretende che la sua fotografia 4.3.9. mostri  la «piattaforma del motore della camera a gas» del primo impianto di gasazione di Bełżec [6]. Si tratta del “Building F” di Kola, di cui egli ha pubblicato una fotografia e un disegno, e che, a suo giudizio di archeologo, rappresenta «ovviamente i resti di una garitta situata nella parte centrale del campo»![7]

E che dire del penoso tentativo di identificare il secondo presunto impianto di gasazione con i resti del “Building G” di Kola? Questo, ci dice l’archeologo polacco, era fatto «completamente di legno» e aveva «la forma di un rettangolo regolare con dimensioni di circa 3,5 x 15 metri»[8], mentre,  secondo le testimonianze, il presunto impianto di gasazione doveva essere in muratura e misurare non meno di 9 x 15 metri[9]. Nonostante ciò, per Bay i resti in questione appartengono senza ombra di dubbio al preteso impianto di gasazione!

 

Muehlenkamp aggiunge che

«l’opinione di Alex Bay è importante anche perché mostra l’esistenza di enormi fosse comuni non identificate dal prof. Kola nell’area del campo di sterminio di Bełżec»,

sicché la capacità delle fosse ne risulterebbe altrettanto enormemente accresciuta. Ciò significa solo insultare Kola,  trattandolo da inetto e incapace! Quanto invece valga «l’opinione di Alex Bay» l’ho appena mostrato.

Muehlenkamp ha scelto proprio un bel garante, un altro ciarlatano.

 

Egli infine ritorna su un’inezia, la mia affermazione che

«non è esagerato dire che, se il comandante di Bełżec avesse fatto scavare le fosse comuni in questa disposizione, sarebbe stato fucilato per sabotaggio. A meno che egli non avesse una spiccata sensibilità artistica. Molte fosse, secondo i disegni di A. Kola, presentano infatti forme  decisamente bizzarre!».

A quanto pare, egli non ha ancora capito che si tratta di un’iperbole retorica e ironica, e insiste a prendere alla lettera questa frase; ciò implica che, se il comandante di Bełżec avesse mostrato una “spiccata sensibilità artistica”, non sarebbe più stato fucilato!

Come si vede, se qui c’è un  «nano intellettuale», è proprio lui, per non parlare dei poveri derelitti minus habentes che lo seguono.

 

 

 

 

 


 

[2] Vedi al riguardo il § 10 (Un testimone “eccezionale”?) del mio studio Un nuovo libro olocaustico su Belzec e la sua fonte. Considerazioni storico-critiche. Effepi, Genova, 2007.

 

 

[3] Per maggior chiarezza: il lato NNE è quello sinistro, il lato NNO quello superiore, il lato SSO quello destro. Il lato inferiore è quello dove c’era la diramazione ferroviaria. L’orientamento dell’ex campo di Bełżec ha uno scarto di circa 35° rispetto al nord.

[4] Ricordo che la pianta di J. Bau è disegnata al contrario, con il nord in basso.

[6] Idem, capitolo 4.3.

[7] A. Kola, Bełżec. The Nazi Camp for Jews in the light of archeological sources. Excavations 1997-1999. The Council for the Protection of  Memory and Martyrdom, United States Holocaust Memorial Museum, Warsaw-Washington, 2000, p. 59.

[8] Idem, p. 61.

[9] Assumendo la misura di m 5 x 4 per  ogni camera a gas e 1 metro di larghezza per il corridoio centrale. Le presunte camere a gas erano disposte ai due lati di un corridoio centrale, tre da una parte e tre dall’altra.