LE ULTERIORI CONTROVERSIE OLOCAUSTICHE DI “ROBERTO MUEHLENKAMP” - Parte I

 

Di Carlo Mattogno, Giugno 2009

 

Il 24 maggio 2009 Roberto Muehlenkamp ha pubblicato un testo intitolato Bełżec Mass Graves and Archaeology: My Response to Carlo Mattogno, che costituisce la prima parte della sua replica al mio articolo Bełżec e le Controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp[1].

Egli si stupisce del fatto che tale articolo sia

«straordinariamente lungo per una risposta da parte di uno degli “studiosi” di primo piano del “revisionismo” a uno cui si riferisce come a un nessuno di cui non ha mai sentito prima (“un tale Roberto Muehlenkamp)».

In effetti, da una ricerca in rete su Roberto Muehlenkamp si apprende soltanto che è un blogger, maschio, che opera nel settore della  tecnologia, di professione Contract Manager e che la sua ubicazione è a Lisbona. Un “nessuno”, appunto. La mia risposta non ha nulla di straordinario: se un qualunque sprovveduto mi calunnia sistematicamente con accuse false e insensate, rispondo a tono. La mia prima risposta ha tardato tanto proprio perché, non essendo un frequentatore dei blog di questi oscuri personaggi,  non sapevo neppure che Muehlenkamp esistesse. La sua critica mi è stata segnalata solo pochi mesi fa.

 

Egli premette che la mia risposta

«è scritta in italiano, e, per quanto mi è noto, una traduzione inglese non è ancora disponibile. L'italiano non è una lingua che parlo, ma in virtù della mia conoscenza corrente di spagnolo e portoghese, lo capisco abbastanza per seguire l'argomentare di Mattogno, senza escludere la possibilità di fraintendimenti che, se ci sono, sarò lieto di correggere quando diventerà disponibile una traduzione inglese della risposta di Mattogno».

Questa frenesia di rispondere, senza la necessaria conoscenza della lingua e perciò a rischio di «fraintendimenti», sarebbe assurda se non tradisse il chiaro intendimento  di apportare una calunnia preliminare del mio scritto, di squalificarlo prima ancora che appaia in inglese. Fatica di Sisifo, perché a mia volta replicherò alle repliche di Muehlenkamp.

 

In questa prima parte egli ritorna anzitutto sul mio presunto travisamento dello scopo reale degli scavi archeologici nell’area dell’ex campo di Bełżec e discute la mia affermazione che

«se si deve costruire una struttura edilizia in un’area archeologica, non si eseguono sondaggi nell’intera aerea, ma soltanto nel sito scelto per la costruzione. Se dai sondaggi risulta qualcosa di importante, si cambia sito»,

 osservando che il mio ragionamento

«potrebbe essere pertinente se si fosse progettato di erigere un edificio museale da qualche parte nell'area dell'ex campo di  sterminio di Bełżec. Che non fosse così risulta tuttavia chiaro dalla prefazione al libro del prof. Kola che Mattogno ovviamente ha letto».

In questa prefazione si dice infatti che

«nel progetto scelto l'intera area del campo diventa il memoriale».

Muehlenkamp conclude:

«Perciò il memoriale doveva coprire l'intera area dell'ex campo, piuttosto che essere limitato a un edificio da qualche parte in quell'area, il che significa che l'identificazione di quelle parti di quell'area che contengono resti umani per impedire che fossero disturbati quando si fosse eretto il memoriale era uno scopo pertinente e che l'obiezione di Mattogno è discutibile. Come può essere sfuggita a Mattogno la dichiarazione summenzionata su come doveva essere il memoriale, ossia che doveva coprire l'intera area del campo?».

In questo contesto, egli crede perfino di avermi colto in flagrante contraddizione, asserendo:

«Infatti, una dichiarazione successiva della sua risposta suggerisce che egli era ben consapevole di questo fatto, perché lamenta che una verifica dei dati dell'indagine del prof. Kola è divenuta impossibile perché “un camminamento a mo’ di trincea di cemento armato attraversa il campo nella sua lunghezza e la superficie del campo è stata ricoperta di grosse pietre ”. In altre parole, Mattogno argomenta contro ciò che sa perfettamente quando pretende che la natura del memoriale non avrebbe richiesto una ricerca delle fosse comuni in tutta l'area del campo. Proprio all'inizio della sua risposta Mattogno ha così mostrato di nuovo la sua disonestà».

Nell’articolo menzionato sopra ho dimostrato da quale pulpito venga una tale l’accusa e in questa risposta Muehlenkamp riconferma pienamente non solo la sua disonestà, ma anche la sua infantile ingenuità.

La fotografia satellitale che segue mostra l’area dell’ex campo di Bełżec dopo i lavori per la realizzazione del museo:

 

Il campo è un rettangolo con i lati maggiori di circa 240 metri e quelli minori di circa 170: l’unica struttura edilizia che vi è stata creata è una specie di trincea che corre obliquamente tra il lato sud-ovest e quello nord-est, lunga circa 180 metri e larga circa 5 (all’interno 2,5 metri).

Ecco una fotografia della trincea:

 

[Da: http://www.scrapbookpages.com/poland/Bełżec/Bełżec01.html]

 La superficie totale del campo è pertanto di 40.800 metri quadrati, quella della trincea di 900 metri quadrati, pari al 2,2% della superficie totale. Il resto del campo è stato ricoperto di pietre.

Questa trincea, che è l’unica struttura edilizia che abbia richiesto uno scavo e che dunque avrebbe potuto “disturbare” i morti, è la prova più evidente della pretestuosità della motivazione ufficiale delle indagini di Kola. Se il loro scopo fosse stato realmente etico-religioso, sarebbe stato sufficiente limitare il sondaggio alla striscia di campo in cui si pensava di realizzare la trincea, prendendo eventualmente come punto di partenza la pianta di Bełżec di Eugeniusz Szrojt. Questa trincea è dunque essa stessa un semplice pretesto per giustificare la ricerca di fosse comuni a Bełżec.

Per quanto riguarda Muehlenkamp, la sua pretesa che «l'intera area dell'ex campo» dovesse diventare museo e che ciò richiedesse un sondaggio preliminare di tutta l’area del campo per individuare le fosse comuni è  dunque una palese menzogna: egli sapeva bene che l’unico manufatto da realizzare nell’area del campo era la trincea summenzionata, che occupa poco più del 2% della superficie totale, sicché  ciò che ho scritto al riguardo resta pienamente valido:

«Se si deve costruire una struttura edilizia in un’area archeologica, non si eseguono sondaggi nell’intera aerea, ma soltanto nel sito scelto per la costruzione. Se dai sondaggi risulta qualcosa di importante, si cambia sito».

L’espressione «struttura edilizia» da me usata è molto più generica della traduzione di Muehlenkamp (“building”, “edificio”), in quanto designa qualunque manufatto edilizio, compresa una trincea monumentale. Perciò la frase esposta sopra equivale perfettamente a questa:

«Se si deve costruire una trincea monumentale in un’area archeologica, non si eseguono sondaggi nell’intera aerea, ma soltanto nel sito scelto per la costruzione. Se dai sondaggi risulta qualcosa di importante, si cambia sito».

Allo stesso modo la concessione di Muehlemkamp che la mia osservazione

«potrebbe essere pertinente se si fosse progettato di erigere un edificio museale da qualche parte nell'area dell'ex campo di  sterminio di Bełżec»

equivale all’ammissione che essa

«potrebbe essere pertinente se si fosse progettato di erigere una trincea monumentale da qualche parte nell'area dell'ex campo di  sterminio di Bełżec».

E poiché questa trincea monumentale è stata effettivamente costruita, ne consegue che la mia osservazione è  perfettamente «pertinente».

 

L’ostinazione con cui Muehlenkamp insiste su una questione puramente marginale e – come chiarirò subito – praticamente irrilevante nell’economia generale del mio studio su Bełżec (lo scopo reale e prioritario delle indagini archeologiche di Kola, cui ho dedicato poco più di una riga senza alcuna enfasi) si giustifica col suo penoso tentativo di attribuirmi una mentalità “cospirativa” e una patente di “disonestà”, ma in tal modo dimostra soltanto la propria patetica inconsistenza argomentativa.

Qui aggiungo semplicemente che il recente articolo di Isaac Gilead, Yoram Haimi e Wojciech Mazurek Excavating Nazi Extermination Centres[2] conferma pienamente che la motivazione primaria delle indagini condotte a Bełżec era archeologica e storiografica. Infatti gli scavi eseguiti a Chelmno da Ł. Pawlicka-Nowak coll'aiuto del Museo di Konin in tre fasi durante gli anni  1986-1987, 1997-2002 e 2003-2004 alla ricerca di fosse comuni e impianti di arsione[3] e quelli realizzati da Kola stesso a Sobibór negli anni 2000-2001 non avevano nulla a che vedere con la creazione di monumenti in quelle aeree, ma rientravano invece in un progetto generale, appunto, di  «scavi nei centri di sterminio nazisti». Per quanto riguarda gli scavi archeologici a Sobibór, il relativo progetto, tra le varie finalità dichiarate, ha apertamente anche quella di contrastare il revisionismo:

«L'opera costituirà la base per opporsi alle affermazioni dei negatori dell'olocausto»[4].

 

Ma persino ammesso e non concesso che Muehlenkamp abbia totalmente ragione, ciò non cambierebbe nulla. Il libro di Kola si presenta in effetti esclusivamente come una relazione sui risultati di indagini archeologiche eseguite con metodologia scientifica. Ora, che tali indagini siano state intraprese per non profanare i morti in vista della trasformazione dell’intero ex campo in un museo, oppure per cercare prove archeologiche a favore del presunto sterminio in massa di Ebrei a Bełżec, o per un altro motivo ancora, che differenza fa? Ciò che conta sono i risultati delle indagini, ed io mi sono limitato a contestare il valore e il significato appunto di questi risultati.

 

Muehlenkamp si appiglia poi ad una mia considerazione di ordine religioso che, nell’economia della mia risposta alle sue obiezioni, è anch’essa del tutto marginale. Il suo significato è che, una volta individuati i resti dei cadaveri grazie alle trivellazioni, invece di sparare cifre assurde (come ha fatto Michael Tregenza, parlando di «almeno 15.000» cadaveri non cremati sepolti), sarebbe stato meglio esumarli, come i Tedeschi fecero a Katyn e a Winniza, dando loro degna sepoltura, e ho concluso:

«Dal punto di vista religioso, sarebbe stato dunque molto più «morale» riesumare i cadaveri saponificati e seppellirli di nuovo secondo il rituale giudaico, se non altro per non precludere ai morti il giudizio finale».

A ciò Muehlenkamp mi oppone quanto segue:

«Queste direttive, che potevano riferirsi al fatto che l'esumazione e la debita risepoltura dei resti di milioni [di Ebrei] inumati nell'Europa orientale era un compito impraticabile (specialmente quando questi paesi erano ancora dietro la Cortina di ferro) sono menzionate come segue dal padre  Patrick Desbois» (corsivo mio).

C’è allora da chiedersi a che cosa servì la cosiddetta “Aktion 1005”, se Blobel si lasciò dietro «milioni» di cadaveri, al plurale. Cosa tanto più strana in quanto, nel sito Aktion Reinhard Camp, alla voce Einsatzgruppen, si legge:

«Gli  Einsatzgruppen e i loro assistenti alla fine uccisero più di 1.200.000 individui»[5].

Perciò la presenza di  «milioni»  di cadaveri in fosse comuni non è molto probabile, ancora meno la spiegazione di Muehlenkamp.

 

Egli si appella poi alla seguente affermazione del padre Desbois:

«Prendendo una carta gialla, Rabbi Schlesinger alzò gli occhi e mi spiegò in inglese che si era deciso che gli Ebrei assassinati dal Terzo Reich erano “tsadiqim”,“santi”, e che è stata assicurata loro la plenitudine della vita eterna. Per questo i loro luoghi di sepoltura, dovunque si trovino – sotto un’autostrada o in un giardino – devono restare intatti in modo da non disturbare i loro resti» (corsivo di Muehlenkamp).

Ciò però non è in contrasto con questa mia osservazione:

«Secondo la tradizione giudaica, l’Ebreo morto potrà essere giudicato, alla fine del mondo, soltanto a Gerusalemme, donde la credenza popolare che “ogni Ebreo che muore fuori della Palestina deve scavarsi con le unghie una galleria per arrivare a Gerusalemme” e proprio per questo al cadavere “si nettano con scrupolosa cura le unghie”. Tralasciando il rituale, l’inumazione “in terra d’Israele” rappresenta un desideratum per gli Ebrei, e se ciò non è possibile “si usa mettere un po’ di terra d’Israele sulla testa o sotto i corpi degli Ebrei sepolti nella diaspora”».

Infatti per il giudaismo è lecito esumare un cadavere[6] «per spostare i resti in Eretz Yisrael [nella terra d’Israele] [7].

 Con tutto il rispetto per Rabbi Schlesinger, rilevo che la pratica dell’esumazione e la risepoltura di cadaveri di Ebrei uccisi dai Tedeschi non è stata affatto insolita dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ecco qualche esempio.

 

Esumazione di cadaveri di Ebrei presso Iasi (Romania), 12 settembre 1945:

«Il lavoro  di esumazione cominciò alla fossa n. I il 12 settembre 1945 e continuò alla fossa n. II e poi alla fossa n. III. Il lavoro fu periodicamente sospeso per le festività pubbliche e a causa dell’inclemenza del tempo. Per queste circostanze, nonché per la stagione autunnale, la Comunità religiosa ebraica di Iasi acconsentì a rinviare la continuazione del lavoro di esumazione. I corpi esumati furono seppelliti in tre ampie fosse comuni nel cimitero ebraico. […]. Il numero dei corpi esumati dalle tre fosse fu di 311 (trecentoundici)»[8].

 

Esumazione di cadaveri di Ebrei presso Kerecsend  e Budapest (Ungheria), 5 novembre 1957[9]:

*     

*      «Esumazione nella foresta di  Kerecsend»[10].

 

 

 

 

 

 

 «Il funerale dei 26 martiri a Eger. Essi furono uccisi nella foresta di

Kerecsend. Il sig. Székely, presidente della Comunità ebraica di Eger, tiene un discorso»[11].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*     

 

 

 

 

 

«Processione funebre per I corpi di lavoratori ebrei esumati (Budapest)»[12].


Si vedano anche le fotografie 0696.jpg, 1090a, 1095, 1099, 1100a, 1101, 1102, 1104.

 

Esumazione di cadaveri di Ebrei presso Yurburg (Lituania), 1958:

«Nel 1958, dopo che furono profusi notevoli sforzi e richieste, il governo finalmente diede il consenso a trasferire le ossa degli Ebrei uccisi di Yurburg al cimitero ebraico di Yurburg. Alla sacra opera di comemorazione dei morti, dopo che le loro ossa furono esumate e trasferite al cimitero ebraico, parteciparono Mikhalovsky e sua moglie, Meigel e sua moglie, Zelde Frank, Shalom Rizman, Yehudah Fleisher, Yankl Levin, Leibl Elyashev e altri abitanti di Yurburg»[13].

 

Esumazione di cadaveri di Ebrei presso Białystok (Polonia):

«Su una fossa comune c’era un monumento gigantesco. Non molto prima vi erano stati sepolti centoventicinque Ebrei, che erano stati esumati da vari luoghi. […]. Il Comitato ebraico di ricostruzione, diretto dal dott. Szymon Datner…

I sottocomitati comprendevano le seguenti [sezioni]: ricerca storica … esumazione e risepoltura di martiri ebrei

Scavando queste grandi fosse, la nostra brigata di esumazione trovò i  corpi di vari resistenti uccisi dai nazisti»[14].

Vi è anche una fotografia con questa didascalia:

«Esumazione dei corpi di eroi del ghetto assassinati per risepoltura al cimitero di Zabia».

Dunque anche in questo caso la realtà smentisce le affermazioni di Muehlenkamp.

 

Egli si richiama poi incautamente ad un articolo di Rabbi Weiss in cui questi

«protestava furiosamente contro ciò che considerava una dissacrazione dei morti da parte dell’edificio museale (memorial building) e gli scavi archeologici precedenti»,

contraddicendo presuntamente le mie affermazioni.

In quest’articolo, dal titolo A Monumental Failure at Bełżec (April, 2003)[15], Rabbi Weiss dichiara:

«Il giugno scorso ho ammonito su queste pagine che “malgrado le assicurazioni del Museo che ‘nella costruzione stiamo attenti a non disturbare resti umani’, chiunque conosca il terreno di Bełżec, strapieno in profondità e in ampiezza di ceneri e ossa di morti ebrei, sa che ciò è pressoché impossibile”. Dopo la recente pubblicazione del libro di Andrzej Kola “Bełżec: The Nazi Camp for Jews in the Light of Archaeological Sources”, nessuno di coloro che sono implicati nel progetto del memoriale può pretendere di ignorare la dissacrazione che è avvenuta. […].

Tuttavia sono avvenute numerose violazioni come descritto nel libro stesso. Pagina dopo pagina il libro di Kola descrive ciò che è stato trovato in nome della “ricerca archeologica”. Nella fossa numero 1, ad una “profondità di circa [2 metri]  ossa umane bruciate erano mescolate a carbone di legna”. Nella fossa numero tredici “c’era uno strato di corpi in stato di saponificazione”. La fossa numero sedici “conteneva strati di ceneri di cremazione con sabbia”. Una mappa a colori con cerchietti rossi mostra dove furono trovati resti [umani]. I cerchietti rossi sono dappertutto. Non si può leggere il resoconto di Kola senza chiedersi che  cosa ossessionasse il Museo dell’Olocausto per lasciarsi coinvolgere in uno sforzo che ha dissacrato i resti dei morti in modo così sfacciato. Che cosa fecero i sondatori quando incontrarono ossa o “grasso saponificato”? Come disposero dei resti disturbati? Perché continuarono a trivellare sistematicamente e ossessivamente ogni pochi metri quando sapevano perfettamente che cosa c’era sotto i loro piedi? »(corsivo mio).

Rabbi Weiss considera dunque le indagini archeologiche di Kola una sfacciata dissacrazione dei morti di Bełżec, per di più attuata «sistematicamente e ossessivamente». Secondo questa logica, i morti furono profanati dalle trivellazioni di Kola per evitare che fossero profanati dalla costruzione della trincea monumentale!  Ciò dimostra che le indagini di Kola non furono eseguite per scopi etico-religiosi, ma, appunto,  «in nome della “ricerca archeologica”».

 Qualche mese dopo, Rabbi Weiss ritornò sulla questione in un articolo intitolato A Tribute That Desecrates Rather Than Sanctifies, in cui rilevò che

«sollevando il velo di segreto che circondava il progetto scoprimmo che, incredibilmente, fino al 2002, non un solo rabbino esperto in questo campo della legge ebraica aveva visto i piani della trincea di Belzec, ancor meno li aveva approvati. Soltanto a causa delle proteste dell’AMCHA[16] il rispettato rabbino Elyakim Schlesinger vi fu portato per sorvegliare il processo. Ma anche qui si verificò un contrasto. Rabbi Schlesinger mi ha detto che la sua decisione di appoggiare il progetto era basata sull’informazione che non esisteva alternativa alla trincea. In realtà, ogni autorità rabbinica con la quale abbiamo parlato ha detto che è di gran lunga preferibile un’alternativa al progetto disturbatore della trincea. In una corte legale Rabbi Schlesinger sentirà che c’erano sempre e ci sono ancora altre opzioni, come la costruzione del memoriale al di fuori del campo. Sentirà anche che gli architetti polacchi che sono dietro il progetto hanno detto che l’idea della trincea mirava a santificare la terra in cui giacciono le ceneri. Questa non è una concezione ebraica. Noi santifichiamo i morti coprendoli [di terra], non scavando su di essi»[17].

 Una ulteriore conferma del fatto che il progetto museale era un semplice pretesto.

 

Fine Prima Parte


 

[1] Il testo di “Roberto Muehlenkamp” (pseudonimo) è disponibile all’indirizzo:   http://holocaustcontroversies.blogspot.com/2009/05/belzec-mass-graves-and-archaeology-my.html

[2]  Present Pasts, Vol. 1, 2009, p. 10-39.

[3]  Idem, p. 16.

[9] Photographs Documenting the Holocaust in Hungary, by László Karsai Ph.D.

http://www.holocaust-history.org/hungarian-photos/

[13] At The Seventh Kilometer on the Road from Yurburg to Smaleninken, by Leib (Aryeh) Eltashev, http://www.jewishgen.org/yizkor/jurbarkas/yur454.html

[14] The Bialystoker Memorial Book - Der Bialystoker Yizkor Buch, the Bialystoker Center, New York 1982,

http://www.zchor.org/bialystok/yizkor9.htm

 

[16] “National Israeli Center for Psychosocial Support of Survivors of the Holocaust and the Second Generation”, con sede a Gerusalemme.

[17] The Jewish Daily Forward, 22 agosto 2003, http://www.forward.com/articles/7973/