LO SCOLORIMENTO DELLA PELLE PROVOCATO DALL’AVVELENAMENTO DA MONOSSIDO DI CARBONIO La realtà contro le testimonianze oculari dell’Olocausto

 

Di Thomas Kues (2008)

 

  1. Introduzione

 

Secondo la storiografia ortodossa dell’Olocausto, il monossido di carbonio prodotto dalle esalazioni diesel venne utilizzato, tra il 1941 e il 1944, per uccidere circa 2 milioni di ebrei in Polonia, in Serbia, e nei territori occupati [dai tedeschi] dell’Unione Sovietica. La maggioranza di queste presunte vittime venne – presuntamente – uccisa in camere a gas fisse ubicate in tre campi di “puro sterminio” del Governatorato Generale Polacco – Bełżec, Sobibór e Treblinka – mentre si dice che le rimanenti vittime vennero uccise in “camion a gas” mobili, collocati nel campo di Chelmno (Kulmhof), situato nella regione del Warthegau della Polonia occupata, o che accompagnavano gli Einsatzgruppen, o le unità dell’esercito tedesco che operarono in Serbia, negli stati baltici, e nei territori occupati dell’Unione Sovietica. Qui sotto vengono elencate le cifre delle vittime, per ognuno dei “centri di sterminio”, attualmente dichiarate dagli storici ortodossi.

 

Bełżec

434.501[1]

Sobibór

171.000-250.000[2]

Treblinka

750.000-900.000[3]

Chelmno (Kulmhof)

152.000-360.000[4]

Altri “camion a gas”

Circa 100.000

Totale:

1.607.501-2.046.501

 

Secondo la maggior parte delle testimonianze oculari, a Bełżec e a Treblinka vennero utilizzati – come arma del crimine – motori diesel appartenuti a carri armati che erano stati catturati ai sovietici, mentre a Sobibór – secondo gli storici – per produrre il gas mortale, con il monossido di carbonio, venne utilizzato il motore di un veicolo a benzina. Mentre per i “camion a gas” presuntamente utilizzati a Chelmno si ritiene che fossero camion Saurer modificati.

 

Il pericolo delle esalazioni diesel è stato discusso a lungo dagli studiosi revisionisti. Dall’inizio degli anni ’80, lo scrittore revisionista americano – che ha la qualifica tecnica di engineer – Friedrich Paul Berg ha pubblicato un certo numero di articoli che trattano di questo argomento. Ecco la loro conclusione: poiché i motori diesel producono solo piccole quantità di monossido di carbonio, e poiché le esalazioni diesel contengono molto ossigeno, l’uso dei motori diesel come arma del crimine nelle camere a gas omicide è assurdo. Le testimonianze oculari che affermano che vennero utilizzati motori diesel a scopo omicida sono perciò obbiettivamente false. Tra tali testimoni è compreso Kurt Gerstein, un ingegnere minerario.

 

In questo articolo non tratterò ulteriormente la questione dei motori diesel. Seguirò invece, per mezzo del ragionamento, l’ipotesi che i (presunti) perpetratori tedeschi abbiano utilizzato motori capaci di produrre quantità mortali di monossido di carbonio. In base a tale ipotesi, formulerò un certo numero di domande relative agli effetti fisici del gas velenoso. In che modo il monossido di carbonio (CO) colpiva i corpi delle vittime? Che aspetto avrebbero avuto dopo la morte? E, soprattutto: cosa avrebbero detto i testimoni delle presunte camere a gas a monossido di carbonio sull’aspetto dei cadaveri?

 

  1. La ricerca precedente

 

Il principale studio revisionista sulla questione dello scolorimento della pelle provocato dal monossido di carbonio consiste in un articolo, disponibile in rete, del revisionista e tecnico F. P. Berg, intitolato: Blue Women on the Beach – and the False Toxicity of CO2 in Diesel Exhaust[“Donne blu sulla spiaggia – e la falsa tossicità del CO2 nelle esalazioni diesel”].[5] E’ stato scritto in confutazione di un articolo scritto da Charles D. Provan, “The Blue Color of the Jewish Victims at Belzec Death Campand Carbon Monoxide Poisoning [“Il colore blu delle vittime ebree nel campo della morte di Belzec – e l’avvelenamento da monossido di carbonio”],[6] che era apparso in precedenza nel numero di Maggio del 2004 della rivista The Revisionist. Presento a seguire un riassunto degli articoli che ci interessano, scritti da Berg e da Provan tra il 1983 e il 2007.

 

I primi articoli di Berg sulla questione delle camere a gas a motore diesel

 

Il primo degli scritti di F. P. Berg riguardanti la questione delle presunte camere a gas a motore diesel, e in particolare la tesi che i motori diesel vennero utilizzati per produrre il gas mortale, fu un articolo presentato inizialmente al Convegno Revisionista Internazionale del 1983 dell’Institute for Historical Review, articolo pubblicato poi, nel 1984, nel Journal of Historical Review: The Diesel Gas Chambers: Myth Within a Myth [“Le camere a gas a motore diesel: un mito all’interno di un mito”].[7] In esso, l’autore esaminava – tra le altre cose – la testimonianza di una presunta gasazione di massa a Bełżec nel 1942, testimonianza che venne resa nel 1945 in una prigione francese dall’ex tecnico delle SS addetto all’igiene Kurt Gerstein. Riferendosi al testo di uno dei “rapporti” di Kurt Gerstein, Berg scrive:

 

Secondo l’ultima frase del testo citato,” i corpi gettati via erano blu, umidi di sudore e di urina”. Qui c’è un errore, che riguarda la teoria delle morti da monossido di carbonio, perché le vittime di avvelenamento da monossido di carbonio non sono affatto blu. Al contrario, le vittime di avvelenamento da monossido di carbonio hanno un caratteristico colore “rosso ciliegia” o “rosa”. Questo è chiaramente affermato nella maggior parte dei manuali di tossicologia ed è chiaramente risaputo da ogni medico e dalla maggior parte, se non dalla totalità, del personale medico di pronto soccorso. L’avvelenamento da monossido di carbonio è in realtà molto comune, a causa delle automobili, e il numero dei resoconti degli avvelenamenti da gas tossico è maggiore di tutti gli altri tipi di gas messi assieme.

 

Come fonte di questo passaggio, Berg fa riferimento a due opere classiche della tossicologia.[8] Il suddetto argomento è stato poi reiterato in una versione rivista e accresciuta dello stesso articolo, apparsa inizialmente nell’antologia di saggi revisionisti Grundlagen zur Zeitgeschichte (1994) con lo stesso titolo, e in seguito (nel libro, a cura di Germar Rudolf, Dissecting the Holocaust [Esaminare l’Olocausto], Theses & Dissertation Press, 2003), con il titolo di “Diesel Gas Chambers: Ideal for Torture – Absurd for Murder” [Le camere a gas diesel: ideali per torturare – assurde per uccidere]. In quest’ultima versione il passaggio suddetto venne corredato di un ulteriore riferimento alla letteratura specialistica più aggiornata.[9]    

 

L’articolo del 2004 di Charles D. Provan

 

In questo articolo, Provan afferma che la colorazione o la sfumatura bluastra attribuita da Gerstein e in seguito da Pfannenstiel alle vittime di Belżec può essere spiegata come cianosi. “Il blu”, scrive Provan, “è un colore normale (e documentato) per l’avvelenamento da monossido di carbonio, soprattutto quando le vittime sono ancora vive, ma anche quando sono morte. Riguardo ai casi mortali di avvelenamento da CO, Provan cita un certo numero di studi che indicano che “in certi casi” di avvelenamento mortale “non c’è nessuna colorazione rosso-ciliegia della pelle”, che in qualche caso l’aspetto della vittima è al contrario “cianotico”, e che lo scolorimento rosso-ciliegia potrebbe essere “lieve” a causa della bassa saturazione (a causa cioè del basso livello di carbossiemoglobina) e in qualche altro caso “nascosto” a causa della “concomitante cianosi”. Provan assume i detti casi come “prove” che quello che Gerstein e Pfannenstiel dissero riguardo al colore dei cadaveri è “possibile”, e che Berg nel suo articolo precedente aveva raggiunto conclusioni erronee.

 

La confutazione di F. P. Berg

 

Berg inizia la propria confutazione sostenendo che l’asserzione dei cadaveri blu “è totalmente in contrasto con le affermazioni (…) che l’agente tossico [nei gas di scarico utilizzati come arma del crimine] era il monossido di carbonio. I testi sulla cianosi riferiti da Provan, osserva Berg, “non usano affatto le parole “blu” o anche “bluastro””. “La realtà è che”, controbatte Berg, “l’aspetto blu della “cianosi” non corrisponde affatto all’aspetto “blu” complessivo dei “cadaveri blu” presuntamente visti da Gerstein e da Pfannenstiel (…)”. I cadaveri possono avere più colori, e così la cianosi “blu” può comparire su una parte del corpo, mentre la parte restante mostra una colorazione rosso-ciliegia. La cianosi che si verifica in associazione con l’avvelenamento da monossido di carbonio è “associata” all’avvelenamento e non è in sé stessa un prodotto di una reazione tra il monossido di carbonio e il sangue della vittima. Le reazioni del monossido di carbonio con il sangue producono un rosso più o meno brillante, mai il blu. Provan sbaglia quando definisce la cianosi come “un termine medico per la colorazione blu che si verifica in un paziente o in un cadavere”, poiché la “cianosi” non è solo il termine medico che denota la colorazione blu, ma si applica solo a certi tipi di colorazione blu. Non si può stabilire un caso di avvelenamento da CO dalla mera presenza della cianosi; bisogna esaminare anche il colore del sangue della vittima.

 

Mentre la cianosi può insorgere in alcuni casi mortali, “l’aspetto di un cadavere complessivamente “blu” è estremamente raro, ammesso che possa accadere” (Berg). Al di sotto di un livello di carbossiemoglobina del 30% un corpo vivo o un cadavere possono mostrare la cianosi senza che vi si accompagni lo scolorimento rosso brillante, ma poiché il livello mortale – per la maggior parte degli individui – sta intorno al 60%, la stragrande maggioranza dei cadaveri mostra sicuramente qualche sfumatura di rosso. Variazioni ed eccezioni a questa regola si verificano solo nel 6% dei casi. Inoltre, la colorazione rossastra, quando appare, “tende ad essere estremamente intensa e considerevole, mentre la cianosi è una colorazione estremamente sottile, in cui la maggior parte della pelle è semplicemente pallida” (Berg). Un osservatore profano noterebbe perciò con difficoltà qualsiasi caso di cianosi, mentre i cadaveri scoloriti di rosso si noterebbero subito. “C’è una buona ragione per credere”, scrive Berg, “che la descrizione di una cianosi nel nostro contesto non significa una colorazione tutta blu – ma significa che è blu per contrasto o rispetto ad altre parti dello stesso o di altri corpi”. Riguardo alla testimonianza di Pfannenstiel, Berg osserva che “Pfnannenstiel non notò nulla di particolare sui cadaveri”, tranne una sfumatura blu sul viso di qualcuno di loro, e non menzionò nessuna colorazione rossa, due cose che – associate – dimostrano l’inattendibilità di questo testimone. Berg inoltre critica duramente il modo con cui Provan mescola i casi mortali e non mortali di avvelenamento, come pure i casi “immediatamente mortali” con quelli a effetto ritardato. Le vittime ancora vive di avvelenamento da CO possono essere parzialmente cianotiche e parzialmente rosse (con un aspetto “arrossato” o rosa) oppure possono essere cianotici con uno scolorimento rosso trascurabile o quasi nullo. Le vittime morte del CO, d’altro canto, sono di solito rosse o rosso-ciliegia. Nei rari casi (circa il 9% dei casi) in cui la cianosi appare associata ad avvelenamenti fatali da CO, essa tende a comparire limitata alle parti del corpo dove la pelle è più traslucida, come le labbra o le aperture del naso. Le presunte osservazioni di Gerstein e di Pfnannenstiel sono perciò incompatibili con i fatti medici accertati.

 

La differenza tra i casi mortali e non mortali di avvelenamento da CO

 

Nel discutere la questione degli scolorimenti sulla pelle delle vittime di avvelenamento da CO, è importante notare la differenza tra i casi mortali e quelli non mortali (clinici) di avvelenamenti da CO. Negli scritti degli anti-revisionisti, troviamo spesso citazioni dalla letteratura medica quali:

 

 I rinvenimenti classici delle labbra rosso-ciliegia, della cianosi, e delle emorragie retiniche accadono raramente.[10]

 

Oppure:

 

La classica colorazione della pelle “rosso-ciliegia” è in realtà rara, ed è più probabile che i pazienti appaiano pallidi o cianotici.[11]

 

Come F. P. Berg fa notare, affermazioni come quelle suddette sembrano riferirsi principalmente a casi clinici di avvelenamento da monossido di carbonio, e cioè a casi dove la persona intossicata è stata trovata viva e ha ricevuto un trattamento prima di sopravvivere, o di morire (di qui la parola “pazienti” nella seconda citazione). Un’affermazione simile a quelle suddette si può trovare nell’opera classica, A guide to general toxicology (1983):

 

L’avvelenamento da monossido di carbonio può provocare pustole o bolle sulle zone colpite ma il classico colore rosso ciliegia della pelle è raro.[12]

 

Quando però il testo in cui appare tale citazione viene letto più attentamente, diventa chiaro che l’autore (o gli autori), senza dirlo esplicitamente, si riferiscono principalmente, o addirittura esclusivamente, a casi clinici.[13] In realtà, la letteratura specialistica della tossicologia e della medicina di pronto soccorso, per la sua stessa natura, si concentra normalmente sui casi clinici, mentre i casi che riguardano gli avvelenamenti mortali vengono trattati di solito negli scritti di medicina legale[14] Un articolo del 2007, firmato da Nicholas Bateman, professore di tossicologia clinica, conferma indirettamente che lo scolorimento rosso cupo o “rosa ciliegia” è raro tra le vittime sopravvissute, ma più comune nei casi mortali:

 

Le pustole sulla pelle possono comparire se il paziente giace svenuto per alcune ore prima di essere scoperto, ed è più probabile che la pelle diventi cianotica piuttosto che prendere il colore rosa-ciliegia che viene descritto come una tipica caratteristica dell’avvelenamento da CO, ma che è raramente riscontrabile in pazienti ancora in vita.[15]

 

La ben nota lettera di Bruno Simini alla rivista The Lancet [Il bisturi] in cui viene affermato che “lo scolorimento rosso-ciliegia nei casi di avvelenamento da CO è molto raro” e che “la maggior parte dei dottori sopravvalutano la frequenza dello scolorimento rosso-ciliegia nell’avvelenamento da CO” si riferisce chiaramente ai casi clinici di avvelenalemento, poiché si riferisce solo all’”esame di pazienti”, vale a dire alle vittime di avvelenamento da CO sottoposte a trattamento.[16]

 

I rapporti e gli articoli medici che citerò e a cui farò riferimento nel prossimo capitolo dimostrano chiaramente che lo scolorimento rosso cupo o rosa-ciliegia della pelle è assai comune, se non costantemente presente, nei casi mortali di avvelenamento da CO. Nel capitolo ulteriormente successivo, metterò a confronto il contenuto dei rapporti e degli accertamenti medici con le dichiarazioni fatte dai testimoni oculari conclamati delle presunte camere a gas omicide e dei “camion a gas”.

 

Reddish flush in non-fatal case of CO poisoningIllustrazione 1: colore rossastro in un caso non mortale di avvelenamento da Co.[17]

 

Typical red discoloration in victim of fatal CO poisoningIllustrazione 2: tipico scolorimento rosso nella vittima di un avvelenamento mortale da CO.[18]

 

 

fatal case of CO poisoning displaying pink discolorationIllustrazione 3: un caso mortale di avvelenamento da CO che mostra il caratteristico scolorimento rosa.[19]

 

Casi accertati di scolorimento provocato da avvelenamento da monossido di carbonio

 

Qui sotto presenterò dei brevi resoconti di un certo numero di rapporti medici e di articoli scientifici riguardanti lo scolorimento della pelle come effetto dell’avvelenamento da CO.

 

Caso n°1: l’uomo con il viso rosso

 

Il caso seguente, avvenuto nell’America degli anni ’60, riguarda il tentativo di suicidio di un uomo bianco di 21 anni, di origine italiana:

 

Quando lo vide il mattino successivo alla sua ammissione, il sottoscritto rimase colpito dall’aspetto rosso-ciliegia del viso del paziente. Inoltre, aveva difficoltà di parola, era apatico e mostrava un indebolimento dell’orientamento, in relazione al tempo e al luogo. Venne notata anche una certa confusione riguardo a ciò che aveva provocato l’ammissione.

 

L’impressione iniziale del sottoscritto era che si trattasse di sindrome cerebrale acuta, ma di un tipo la cui eziologia può implicare l’avvelenamento da monossido di carbonio. Così, il paziente venne interrogato attentamente sulle cause e i dettagli del proprio tentativo di suicidio. Dal paziente vennero appresi ulteriori fatti, come quello che si era addormentato nella propria automobile con il motore acceso e i finestrini chiusi. Si svegliò dodici ore dopo, e ritornò a casa per raccontare ai propri genitori quello che aveva fatto. All’epoca dei fatti i suoi vestiti erano coperti di vomito. Divenne chiaro che un segno clinico cruciale, e un aspetto della vicenda, erano stati in precedenza trascurati.[20]

 

Quindi è chiaro che lo scolorimento rosso-ciliegia della pelle può essere decisamente visibile persino tra i sopravvissuti all’avvelenamento da monossido di carbonio. Lo scolorimento rosso della pelle non è perciò limitato al livor mortis di cadaveri appena deceduti, ma appare anche sul corpo di vittime ancora in vita, come risultato meccanico dell’assorbimento del monossido di carbonio da parte del flusso sanguigno. Questo accade perché, come scrive F. P. Berg nella sua confutazione di Provan, “quando il monossido di carbonio reagisce con il sangue umano, forma la carbossiemoglobina, che al di sopra di una concentrazione del 30% è di colore rosso brillante, e che diventa sempre più intensa e brillante con l’aumentare della concentrazione”. Il punto in cui questo scolorimento diventa visibile all’occhio del profano varia però largamente, a causa di un certo numero di fattori, come verrà mostrato dai casi riferiti qui sotto.

 

Caso n°2: una ragazza morta in Italia

 

Questo caso riguarda una donna bianca di 21 anni trovata morta in una casa di campagna di proprietà della sua famiglia. Venne in seguito accertato che la morte era stata accidentalmente provocata da uno scaldabagno. Ci è stato detto dagli autori del rapporto in questione che “il colore rosa-ciliegia pallido della vittima suggerì immediatamente un avvelenamento da monossido di carbonio”. La misurazione spettrofotometrica del sangue mostrò un livello di carbossiemoglobina del 60%. Il rapporto menziona anche che tra i sopravvissuti di avvelenamento da CO, il livello medio di carbossiemoglobina è del 28.1%, mentre nei casi fatali è del 62.3%. Ad un livello del 50%, la probabilità di sopravvivenza è più o meno del 50%.[21]

 

Caso n°3: un rapporto tedesco su sei casi insoliti di avvelenamento mortale da CO

 

Questo articolo afferma che, nonostante la presenza di scene di morte [potenzialmente] rivelatrici e/o di particolari scoperte da parte dei coroner, circa il 40% di tutti casi mortali accidentali di avvelenamento da monossido di carbonio rimane misconosciuto fino all’autopsia. Onde illustrare le possibili ragioni di questo fatto, gli autori descrivono sei casi individuali. Nei casi 1 e 2, riguardanti una coppia di mezza età, i corpi vennero trovati in uno stato di estrema putrefazione, cosicché la causa della morte potè essere accertata solo per mezzo dell’analisi spettrofotometrica del livello di carbossiemoglobina del fluido edematico che si era formato sul cuoio capelluto delle vittime. Il caso n°3 riguardava un giovane camionista, trovato morto nella cabina chiusa del suo veicolo, e che non mostrava nessun segno esterno chiaro di avvelenamento da CO, nonostante un livello di carbossiemoglobina dell’83%. Il caso n°4 riguardava un giovane di 19 anni trovato morto in un appartamento. Nonostante un livello di carbossiemoglobina del 65%, il suo corpo era privo della “colorazione rosa brillante del livor mortis”. Il caso n°5 riguardava un uomo di 27 anni trovato morto nel suo appartamento con un livello di carbossiemoglobina dell’80%. Il suo corpo venne trovato in uno stato di avanzata decomposizione. Il caso n°6 riguardava una donna di 42 anni trovata morta nel proprio garage, dietro la sua auto. Il corpo non mostrava nessun chiaro segno esterno di avvelenamento da CO, nonostante un livello di carbossiemoglobina del 42%.[22]

 

Caso n°4: un caso americano di avvelenamento da CO senza scolorimento rosso-ciliegia

 

Secondo gli autori di questo articolo, l’avvelenamento da monossido di carbonio “provoca tipicamente il cosiddetto colore rosso-ciliegia della pelle e delle viscere”. Essi riferiscono quindi di un caso di avvelenamento da CO in cui questo colore rosso-ciliegia non si è sviluppato. Riguarda un uomo bianco di 75 anni trovato morto nella propria auto durante un freddo inverno. Il suo livello di carbossiemoglobina era dell’86%. Gli autori ci informano che “la curiosa assenza del colore rosso-ciliegia” è stata studiata e che sono stati testati, a varie temperature, campioni di tessuto e del sangue del deceduto. I test hanno mostrato che né il tessuto né il sangue della vittima avevano la tendenza a sviluppare il colore rosso-ciliegia, a prescindere dalla temperatura.[23]

 

Caso n°5: uno studio ottico degli scolorimenti

 

In questo studio sudafricano di 10 casi mortali di avvelenamento da monossido di carbonio, il colore della pelle dei corpi delle vittime venne analizzato con l’aiuto della spettrofotometria riflettente, con i valori convertiti in equivalenti di carattere visuale. Venne accertato che vi sono diverse circostanze che contribuiscono alla difficoltà di identificare il colore rosso-ciliegia sulla pelle - tra i quali una bassa concentrazione di CO nel sangue, la pigmentazione della pelle, l’eliminazione mediante lavaggio di concentrazioni in precedenza alte di CO, e una profonda dilatazione venosa associata ad una vasocostrizione superficiale (riduzione dei vasi sanguigni) – quel tipico colore che produce l’impressione della cianosi. Venne inoltre scoperto che il colore del sangue alterato “dipende dal modo in cui i globuli rossi sono ammassati assieme, dalla loro profondità sotto la superficie, e dalla brillantezza dello sfondo contro il quale sono visti”[24]

  

Caso n°6: uno studio di 15 vittime di avvelenamento da CO in un ospedale indiano

 

Questo studio, pubblicato nel 2001, venne condotto in un ospedale di una città indiana di provincia ubicata ad un altitudine di 1.500 metri sopra il livello del mare. Riguardava gli accertamenti compiuti su 40 casi di avvelenamento accidentale da monossido di carbonio. 25 di essi erano casi clinici, mentre i restanti 15 riguardavano soggetti deceduti. Gli accertamenti dell’autopsia rivelarono “un profondo scolorimento rosso della pelle e delle membrane seriche” in 12 dei 15 cadaveri.[25] Questo studio è importante per l’argomento del presente articolo, poiché mostra che lo scolorimento rosso intenso appare sulla maggioranza delle vittime di avvelenamenti mortali da monossido di carbonio, anche quando la pelle delle vittime è di una pigmentazione più scura di quella della media degli individui caucasici.

 

Caso n°7: uno studio austriaco su 182 casi di avvelenamento mortale da CO

 

Questo studio consistette in un’analisi di referti di autopsia effettuati all’Istituto Viennese di Medicina legale tra il 1984 e il 1993. Lo scopo di quest’indagine era di accertare se il colore rosa-ciliegia del livor mortis[26] è per il coroner un indicatore attendibile per sospettare immediatamente, sul luogo della morte, un avvelenamento da monossido di carbonio. Gli autori hanno constatato una forte connessione tra il livello di carbossiemoglobina (il livello cioè della concentrazione di CO nell’emoglobina del sangue) e la colorazione rosa-ciliegia del livor mortis: nel 98.4% delle morti accidentali dovute ad avvelenamento da monossido di carbonio, il livor mortis era “chiaramente rosa-ciliegia”. Venne accertato che i cadaveri recenti con livelli di carbossiemoglobina superiori al 31% mostravano “una chiara colorazione rosa-ciliegia del livor mortis”. L’indagine inoltre indicò che l’incapacità dei coroner viennesi di riconoscere immediatamente, sul luogo della morte, i casi di mortalità accidentale dovuti al monossido di carbonio, era correlata all’età delle vittime: più vecchia era la vittima, più difficile il riconoscimento del coroner.

 

In conclusione, gli autori dell’articolo suggeriscono che bisognerebbe raccomandare ai coroner di esaminare attentamente i corpi nudi, e in particolare il colore del livor mortis. In tal modo, scrivono, una morte dovuta a monossido di carbonio può essere riconosciuta immediatamente, e la fonte della fuga di gas può essere identificata, proteggendo così altre persone dal rischio di avvelenamento.[27]

 

Caso n°8: un’indagine su 388 casi di suicidio ottenuto con il gas di scarico delle automobili in Danimarca, 1995-1999

 

Questo studio del 2005 è consistito in un’indagine su 388 casi di suicidio per mezzo di gas di scarico da motore compiuti in Danimarca tra il 1995 e il 1999. Dei suicidi, 343 erano uomini e 45 erano donne. Venne scoperto che in 11 casi (il 2.8%) la putrefazione o le ustioni erano così estese che il livor mortis non potè essere trovato, mentre in 353 casi venne trovato “il caratteristico livor mortis rosa” (pari al 91% dei casi totali e al 93.6% di quelli con il livor mortis). Solo in 9 casi (il 2.4% di quelli con il livor mortis) la vittima mostrava un livor mortis di colore “normale”. In 3 di questi 9 casi la vittima era sopravvissuta all’avvelenamento per più di un giorno, suggerendo una correlazione tra lo scolorimento rosso-ciliegia del livor mortis e il livello di carbossiemoglobina. In 15 casi l’autore del referto di autopsia aveva omesso di annotare il colore del livor mortis.[28]

 

Riassunto delle prove mediche

 

Dai casi suddetti possiamo concludere che:

 

  • Lo scolorimento rosso-ciliegia appare in casi non mortali di avvelenamento da CO, e cioè è visibile anche in stati pre-mortali (Caso n°1). Secondo la letteratura medica disponibile, tali casi non sono la regola, ma d’altro canto non sono neppure particolarmente straordinari. Un tale scolorimento appare più o meno subito dopo che le cellule del sangue hanno assorbito il monossido di carbonio. La visibilità dello scolorimento rosso cupo è correlata alle concentrazioni di CO nel sangue (e cioè al livello di carbossiemoglobina) come pure ad altri fattori come la pigmentazione [della pelle] (Caso n°5). Nel caso delle presunte vittime delle camere a gas è ragionevole presumere che il loro livello di carbossiemoglobina fosse molto più alto che quello della media dei sopravvissuti da avvelenamento da CO (un livello pari al 28.1%, mentre nei casi mortali la concentrazione media è del 62.3%; vedi il Caso n°2), aumentando così il numero dei casi individuali in cui lo scolorimento rosso-ciliegia si sarebbe manifestato già prima della morte o prima dell’apparizione del livor mortis.
  • Nei casi di avvelenamento mortale da CO, lo scolorimento rosso cupo del livor mortis è visibile in molti casi anche quando la pigmentazione della pelle della vittima è molto più scura di quella della media degli individui caucasici (Caso n°6).
  • Nei casi mortali di avvelenamento da CO, l’assenza del lividore rosso-ciliegia viene considerata come “insolita”. Gli individui il cui sangue e i cui tessuti non hanno la tendenza a sviluppare il colore rosso-ciliegia sono decisamente un’eccezione (Caso n°4). In molti dei casi mortali in cui non si è potuto scoprire lo scolorimento, ciò era dovuto allo stato avanzato di decomposizione; oppure per la presenza di gravi ustioni (Casi n°3 e n°8).
  • Lo scolorimento rosso-ciliegia/rosso cupo del livor mortis è presente in almeno il 95% di tutti i casi mortali di avvelenamento da monossido di carbonio (Casi n°7 e n°8).

 

  1. Le descrizioni dei testimoni oculari delle presunte vittime da monossido di carbonio a Bełżec, Sobibór, Treblinka e Chelmno

 

Testimone n°1: Kurt Gerstein

 

Come prigioniero delle forze alleate in Francia, l’ex SS addetto all’igiene Kurt Gerstein scrisse un certo numero di rapporti nei quali affermò di aver assistito a Bełżec, nell’Agosto del 1942, ad una gasazione di massa.Nei due rapporti scritti indiscutibilmente da Gerstein, in lingua francese, il 26 Aprile del 1945, i corpi delle vittime della gasazione vengono descritti nel modo seguente:

 

I corpi blu vengono gettati, umidi di sudore e di urina, con le gambe piene di escrementi e di sangue mestruale.[29]

 

Nei rapporti Gerstein scritti in tedesco, e designati da Henri Roques come “T3” e “T4”, la parola “blu” non è presente. Non è parimenti presente nel testo in francese “T Va”, datato 6 Maggio 1945. Il testo in tedesco T4 non contiene il passaggio corrispondente.

 

Riguardo al colore blu dei cadaveri di Bełżec e la questione della cianosi, vedi la sezione 2, supra.

 

Testimone n°2: Wilhelm Pfnannenstiel

 

Professore di igiene all’Università di Marburg-Lahn, il dr. Wilhelm Pfnannenstiel accompagnò presuntamente il suddetto Kurt Gerstein nel suo viaggio a Bełżec nell’Agosto del 1942. Dopo la guerra, Pfnannenstiel venne arrestato ma non venne mai condannato al carcere. Venne invece, in un certo numero di occasioni, convocato come testimone per l’accusa in processi riguardanti le presunte camere a gas omicide nei cosiddetti campi Reinhardt. Nel 1950, disse davanti ad una corte nella città tedesca di Darmstadt le seguenti parole:

 

Non notai niente di particolare sui cadaveri, tranne il fatto che qualcuno di loro mostrava un gonfiore bluastro sul viso. Ma questo non è sosprendente poiché erano morti di asfissia.[30]

 

Poiché non vi sono dubbi che Pfnannenstiel conoscesse bene i testi dei rapporti Gerstein, è del tutto possibile che desumesse la sua descrizione dei cadaveri da uno dei due testi francesi. In alternativa, non può essere escluso che Pfnannenstiel, con il suo approfondito percorso di studi di medicina e di igiene, conoscesse bene i sintomi dell’asfissia e fosse perciò in grado di inventare una descrizione generica con il crisma dall’autorità. Come per la testimonianza di Gerstein, rimando ancora una volta all’articolo di Berg riassunto in precedenza.

 

Testimone n°3: Karl Alfred Schluch

 

L’SS-Unterscharführer Karl Alfred Schluch venne assegnato a Bełżec dal Giugno del 1942 fino all’inizio dell’estate del 1943. Il suo lavoro al campo fino al Dicembre del 1942 comprendeva presuntamente il condurre le vittime ebree nude attraverso il “tubo” camuffato[31] che portava alle camere a gas. Schluch venne assolto al processo contro l’ex personale del campo di Bełżec tenuto a Monaco nel 1963. In occasione di questo processo, il testimone rese la seguente dichiarazione riguardante i corpi delle vittime delle camere a gas:

 

I corpi erano sporchi, almeno parzialmente, di escrementi e di urina, altri di saliva. Le labbra e la punta del naso di qualcuno dei cadaveri erano diventate blu. In alcuni gli occhi erano chiusi, in altri avevano roteato.[32]

 

Ora, è possibile che le labbra, e forse anche la punta del naso, delle vittime da monossido di carbonio potessero apparire viola-bluastre in conseguenza della cianosi. Il problema è che questo è il solo tipo di scolorimento che il testimone afferma di avere visto. Dobbiamo credere che Schluch notò qualche labbro viola-bluastro, ma non si accorse affatto dei grandi scolorimenti rossi?

 

Testimone n°4: Adolf Eichmann

 

Il funzionario della RSHA Adolf Eichmann testimoniò durante il suo processo a Gerusalemme di aver visitato tre campi dove il monossido di carbonio venne presuntamente utilizzato per sterminare gli ebrei: Chelmno (Kulmhof), Treblinka, e un campo non meglio identificato nella zona di Lublino che si ritiene comunemente fosse Bełżec. Solo per il primo campo Eichmann afferma di aver visto i corpi delle presunte vittime. Ecco come Euchmann descrisse l’uccisione degli ebrei nei “camion a gas” a Chelmno:

 

Andai in un piccolo bosco, ed ero appena arrivato lì che giunse anche l’omnibus, si fermò dietro una fossa che era stata scavata, le porte vennero aperte e da esse vennero rovesciati i cadaveri, dentro la fossa. Uno sopra l’altro. Era un inferno spaventoso. No, era un super-inferno. Mi facevano l’effetto come se fossero ancora vivi. Ma adesso erano tutti morti.[33]

 

Così secondo Eichmann i cadaveri delle vittime apparivano dello stesso aspetto di quando erano vive. La genericità delle descrizione rende debole in ogni caso il valore probatorio della testimonianza, ma si può presumere che Eichmann avrebbe notato e ricordato grandi scolorimenti rossi dei cadaveri usciti dai camion a gas, se li avesse visti davvero.

 

Testimone n°5: Jankiel Wiernik

 

Jankiel Wiernik è uno dei primi, e più importanti, testimoni di Treblinka. Wiernik incluse la seguente descrizione delle vittime nel suo resoconto Un anno a Treblinka, pubblicato originariamente in Polonia nel 1944:

 

Non urlavano più, perché il filo delle loro vite era stato tagliato. Non avevano più bisogni né desideri. Persino da morti, le madri tenevano stretti i figli nelle proprie braccia. Non c’erano più amici o nemici. Non c’era più gelosia. Erano tutti uguali. Non c’era più bellezza o bruttezza, perché erano tutti gialli a causa del gas.[34]

 

Quello che è forse il più importante testimone ebreo di Treblinka descrive quindi i cadaveri della camera a gas come gialli, un colore difficilmente confondibile con il rosso-ciliegia.

 

Testimone n°6: Rudolf Reder

 

Si ritiene che il testimone Rudolf Reder, nato nel 1881, abbia trascorso una parte significativa dei suoi circa quattro mesi di permanenza a Bełżec trasportando cadaveri dalle presunte camere a gas in massicce fosse comuni. Il 29 Dicembre del 1945, Reder venne interrogato dal giudice polacco Jan Sehn. Riguardo l’aspetto fisico delle vittime delle camere a gas, il testimone dichiarò:

 

Stavo spesso sulla rampa nel momento in cui le porte venivano aperte, ma non sentii mai nessun odore, e entrando in una camera poco dopo che le porte erano state aperte non sentii mai nessun effetto nocivo sulla mia salute. I corpi nella camera non mostravano nessuno scolorimento innaturale. Sembravano persone vive, la maggior parte avevano gli occhi aperti.[35]

 

Il testimone-chiave di Bełżec, Reder, è quindi chiaramente dell’opinione che le vittime delle gasazioni non mostravano nessuno scolorimento rosso-ciliegia.

 

Testimone n°7: Eliahu Rosenberg

 

Il testimone ebreo Eliahu (Elias) Rosenberg trascorse presuntamente diversi mesi lavorando nelle immediate vicinanze delle presunte camere a gas di Treblinka, trasportando migliaia di cadaveri dalle “camere della morte” nelle fosse comuni. In una deposizione dattiloscritta in tedesco, di 12 pagine, che Rosenberg rese a Vienna il 12 Dicembre del 1947, l’aspetto delle vittime delle camere a gas viene così descritto:

 

I cadaveri erano molto gonfi, la loro pelle appariva grigia-bianca e si staccava facilmente, cosicché pendeva a brandelli. I loro occhi sporgevano in fuori e le lingue uscivano dalla bocca.[36]

 

Oltre ai suddetti sette testimoni oculari, la scrittrice yiddish Rachel Auerbach scrive nel suo saggio: “In the Fields of Treblinka” [Nei campi di Treblinka], del 1946, che “i corpi erano nudi; alcuni erano bianchi, altri erano blu e gonfi”.[37] La Auerbach non era stata internata a Treblinka ma visitò i resti del campo nel 1945 nell’ambito di un giro di ispezione ufficiale. Il suo saggio è presuntamente basato sulle testimonianze scritte e sui colloqui che ebbe con degli ex detenuti di Treblinka. Un altro resoconto secondario deriva dagli scritti di un certo Jacob Mittelberg, che trascorse solo poche ore a Treblinka prima di essere trasferito a Majdanek. Mittelberg visitò il sito del “campo della morte” dopo la guerra in compagnia di Rachel Auerbach e di un certo numero di ex detenuti di Treblinka, che gli dissero che “quando le porte delle camere a gas venivano aperte, le persone erano blu e così ammassate assieme da essere irriconoscibili”.[38]

 

Va detto che la suddetta rassegna di testimonianze deve essere considerata provvisoria. Vi possono essere sicuramente altre descrizioni delle presunte vittime delle gasazioni. L’autore di questo articolo spera di trovarne molte e sarà grato per ogni tipo di aiuto.

 

L’aspetto del lividore

 

La scrittrice scientifica Jessica Snyder Sachs descrive l’aspetto del livor mortis nel modo seguente:

 

La progressione del colore del lividore inizia con il proverbiale pallore di morte in una persona che è già di pelle chiara, quando il sangue inizia a ritirarsi dalle superfici superiori del corpo. Dai quindici ai venti minuti dopo la morte, un osservatore esperto può vedere le prime macchie diffuse nella parte inferiore del corpo. La trasudazione diventa parimenti visibile in “zone cieche” come i lobi delle orecchie e le pieghe della pelle. Nel giro di un’ora o due, lo scolorimento rivelatore diventa ovvio anche all’occhio inesperto. Lo “schiaffo” rosa del livore iniziale si scurisce gradualmente in un rosso opaco, simile a un livido, prima di passare attraverso ombre di viola e di blu quando l’ossigeno scompare progressivamente dal sangue.[39]

 

Lo scienziato forense Vernon J. Geberth scrive sullo stesso soggetto:

 

Lividore postmortem. Conosciuto anche come livor mortis, è provocato dal fissarsi e dal depositarsi del sangue nei vasi sanguigni a causa della gravità. Appare come uno scolorimento violetto della pelle. Durante la vita, l’azione pulsante del cuore mantiene un flusso costante di sangue attraverso i numerosi vasi del corpo. Dopo la morte, l’azione pulsante cessa, e il sangue ristagna nelle zone dipendenti del corpo. L’ubicazione del livor mortis è determinata dalla posizione del corpo dopo la morte. Se il corpo giace a faccia in giù, il livore si svilupperà sul davanti del corpo piuttosto che sulla parte dorsale. (…)

 

Il lividore inizia circa 30 minuti dopo la morte, con un pieno sviluppo dopo 3 o 4 ore, e rimane  “fissato” dopo 8 o 10 ore. Fissato significa che il livore si è stabilizzato in una posizione per più di 8 ore e non può più essere spostato in modo significativo cambiando la posizione del corpo. Tuttavia, le parti del corpo che rimangono a contatto diretto con un oggetto, come il pavimento, un pezzo di tubo o di legno, o anche l’arma, rimarranno bianche perché la pressione non permetterà al sangue di depositarsi nei capillari dipendenti.

 

Quando il lividore si sviluppa all’inizio, se l’investigatore preme il dito con decisione contro la pelle scolorita, la pressione provocherà lo “ sbiancamento”. Quando la pressione viene tolta, lo scolorimento ritorna. Dopo 4 o 5 ore, lo scolorimento si raggruma e la pressione non provocherà più lo sbincamento.[40]

 

Geberth esamina brevemente anche la questione dello scolorimento del livor mortis:

 

L’investigatore dovrebbe sapere che lo scolorimento non sarà lo stesso per tutti i tipi di morte. Ad esempio, una persona la cui morte è stata causata dall’inalazione di monossido di carbonio o di cianuro o la cui morte ha avuto luogo in condizioni di freddo estremo, avrà un livor mortis di colore rosso-ciliegia. Se una persona ha perso molto sangue, potrà essere percepito uno scolorimento scarso o nullo; nei casi in cui la morte è stata provocata da un mancamento cardiaco o da un’asfissia, sarà presente un colore viola intenso.[41]

 

   Crime scene photo deep purplish discolorationIllustrazione n°4: foto di scena del crimine che mostra un corpo maschile con uno scolorimento rosso cupo e zone di “sbiancamento” dovute al contatto con una superficie dura. Descritto da Gerberth come “un classico esempio di lividore” (Fonte: Geberth, p. 240, immagine 9.10).

 

Morgue photo with pinkish discolorationIllustrazione n°5: foto scattata in una camera mortuaria di un lividore postmortem con scolorimento roseo sul dorso della vittima (Fonte: Ibid, p. 241, Immagine 9.11).

 

6. Confutazione di eventuali argomentazioni contrarie

 

Qui sotto discuterò quattro eventuali argomentazioni contrarie che possono essere sollevate contro la critica revisionista delle testimonianze oculari.

 

Argomentazione n°1: gli studi citati dai revisionisti sono irrilevanti perché si riferiscono al livor mortis

 

Come è stato spiegato sopra, lo scolorimento rosso-ciliegia appare quando il monossido di carbonio è stato assorbito dalle cellule del sangue ed è perciò visibile sia nei cadaveri (particolarmente spiccato nel livor mortis) che negli stadi pre-mortali (ad un livello variabile) e persino, in qualche caso, quando è iniziata la decomposizione. Gli studi medici e i referti citati in questo articolo e in altri articoli sono perciò rilevanti, sia che si riferiscano al livor mortis che alla comparsa dello scolorimento rosso in stadi non ancora mortali.

 

Argomentazione n°2: la maggior parte o addirittura tutte le vittime erano profondamente anemiche

 

L’anemia è definita dal punto di vista medico come una insufficienza, qualitativa o quantitativa, dell’emoglobina, la molecola che si trova nei globuli rossi del sangue che fa apparire il sangue di colore rosso. L’anemia può risultare sia da una perdita eccessiva del sangue (a causa di emorragie o di perdite croniche di quantità più piccole di sangue) che da un’eccessiva distruzione delle cellule del sangue, che da una produzione insufficiente di nuovi globuli rossi. L’idea della contro-argomentazione è che una grave anemia impedirebbe l’apparizione dello scolorimento rosso nelle vittime delle gasazioni.

 

Nel caso dei deportati ebrei, l’anemia poteva essere causata sia da un insufficiente consumo della vitamina B12 e/o di acido folico (che porta all’anemia macrocitica) o da mancanza di ferro (che provoca l’anemia microcitica). Mentre una lieve anemia provocata da mancanza di ferro in donne di età feconda non è insolita nemmeno nel mondo occidentale di oggi, è invece molto rara in uomini e bambini. Quanto era diffusa allora l’anemia nelle popolazioni dei ghetti ebraici polacchi dell’epoca di guerra, nei quali la denutrizione, la fame e le epidemie in realtà arrecavano danni agli abitanti? A questa domanda è molto difficile dare una risposta definitiva, ma dal libro Hunger DiseaseStudies by the Jewish Physicians in the Warsaw Ghetto[Malattie dovute alla fame - studi di medici ebrei nel Ghetto di Varsavia], edito dall’ex direttore dell’Institute of  Human Nutrition della Columbia University, il dr. Myron Winick, possono essere tratte un certo numero di indicazioni.[42] In questo volume, Winick presenta un rapporto su malattie relative alla denutrizione redatto da un gruppo di medici ebrei del Ghetto di Varsavia tra il 1940 e il 1942. Questo gruppo, guidato dal dr. Israel Milejkowski, elaborò i dettagli dello studio in riunioni segrete, disponeva di attrezzature mediche nascoste nel ghetto, e in seguito fece uscire di lì di nascosto il manoscritto. Il piccolo gruppo di 28 esperti ebrei includeva il dr. Mieczyslaw Kocen, uno specialista in malattie del sangue che sarebbe stato in seguito egli stesso presuntamente sterminato a Treblinka. Il manoscritto del rapporto, che sfuggì alle traversie della guerra in modo relativamente incolume, venne pubblicato in edizioni limitate polacche e francesi dall’American Joint Distribution Committee. Esso rimase tuttavia quasi del tutto oscuro, fino a quando riemerse negli Stati Uniti alla fine degli anni ’70 e venne pubblicato in edizione critica dal suddetto Winick.[43]

 

Riguardo i cambiamenti delle caratteristiche del sangue nelle vittime di malattie dovute alla fame i medici del ghetto fecero le seguenti osservazioni:

 

I globuli rossi esaminati in 80 casi sono diminuiti da 3 milioni per millimetro cubo a una cifra variabile dal milione e mezzo al milione, e in taluni casi anche inferiore. L’emoglobina è diminuita dal 60 al 70% e in qualche caso è arrivata fino al 10%. L’indice del colore era di solito pari a 1 o a meno, e raramente ha raggiunto la quantità di 1.15. Esaminando una goccia di sangue fresco abbiamo notato che i globuli rossi non si aggregano normalmente in rotoli ma rimangono isolati o riuniti in piccoli gruppi. L’anisocitosi e, anche più spesso, la microcitosi, sono presenti, la macrocitosi è rara e non vi sono globuli rossi nucleati. Spesso i globuli rossi sono incolori e di forma irregolare. Questi sono sintomi dell’anemia ipocromica nella fase della guarigione, com’è indicato da un’alta percentuale di reticolociti.[44]

 

I dottori di Varsavia sottolinearono che le “malattie dovute alla fame” non provocavano una diminuzione del volume del sangue della vittima:

 

Nella cachessia e nell’edema da fame non c’è anemia in senso stretto perché il volume del sangue non è diminuito in proporzione al peso del corpo. Poiché in una goccia di sangue c’è una bassa percentuale di globuli rossi, questa deve esssere classificata come oligocitemia normovolemica.[45]

 

Piuttosto che una diminuzione del numero totale dei globuli rossi, le “malattie dovute alla fame” tendono a provocare una diluizione attraverso l’aumento della percentuale di acqua:

 

In campioni normali il plasma contiene dall’89 al 90% di acqua e i globuli rossi contengono dal 63 al 67% di acqua. Nei campioni dei nostri pazienti il plasma conteneva dal 93 al 94% di acqua e i globuli rossi solo il 58%. I cambiamenti descritti nella percentuale di acqua del sangue possono produrre una pseudoanemia in pazienti con cachessia o edema da fame. La secchezza dei globuli rossi spiega la presenza della microcitosi.[46]

 

In uno studio sui bambini vittime di malattie dovute alla fame venne osservato:

 

L’anemia era di solito lieve (da 3 a 3.5 milioni di globuli rossi, ma qualche volta il livello era sotto i 2 milioni, e l’indice del colore era di circa 1). Persino nei casi di anemia avanzata non sono stati trovati globuli rossi giovani. Nel valutare il grado di anemia, abbiamo dovuto considerare la “diluizione del sangue”, che era presente in ogni caso di denutrizione grave, anche la forma secca senza edema. (…) La ricerca del dr. Apfelbaum sul volume del sangue negli adulti che soffrono di malattie dovute alla fame ha dimostrato un aumento del volume del sangue per chilogrammo di peso corporeo. Questo fattore deve essere tenuto presente anche nel valutare il grado di anemia.[47]

 

Riguardo ai bambini vittime di denutrizione, Winick commenta:

 

Si può ritenere che poiché questi bambini, specialmente i più grandi, erano ragionevolmente ben nutriti prima della guerra (a differenza della maggior parte dei bambini nei paesi sviluppati) essi hanno accumulato riserve significative di vitamina A prima di aver contratto le malattie dovute alla fame. (…) Infine, il bisogno di vitamina A, come per altre vitamine, può diminuire durante uno stadio di fame non ancora acuta.[48]

 

Winick inoltre osserva:

 

Questo si risolve non solo nella emodiluizione che, come vedremo, ha contribuito all’anemia e alla leucopenia riferite nel prossimo capitolo, ma anche in una riduzione dell’efficienza del sangue come portatore di nutrimento. Così il sistema vascolare è costretto a fornire una dose maggiore di sangue “scarsamente nutrito” ai tessuti e agli organi “affamati”. L’anemia assoluta (…) riduce la quantità di ossigeno trasportata dal sangue e aumenta di nuovo il bisogno complessivo di sangue dei tessuti anche quando questi consumano meno ossigeno.[49]

 

Un altro studio dei medici di Varsavia mostrava che qualche grado di anemia era comune tra i malati di malattie dovute alla fame ma che:

 

di 32 casi solo 6 avevano da 4 a 5 milioni di globuli rossi. Così l’anemia era prevalente. Il gruppo più numeroso aveva da 3 a 4 milioni di globuli rossi. Perciò consideriamo tale numero come quello medio per le malattie da fame ad uno stadio leggermente avanzato. [50]

 

Tuttavia, secondo la tabella successiva a questo paragrafo, 10 di questi casi mostravano un livello di 3-4 milioni di globuli rossi per millimetro cubo, mentre 9 casi mostravano un livello di 2 milioni o ancora meno. Così solo una minoranza dei casi studiati soffrirono di quella che può essere definita un’anemia grave. Inoltre, tra le conclusioni leggiamo che:

 

L’anemia è normocromica o ipercromica e solo molto raramente ipocromica. E’ presente l’anisocitosi con una predominanza di macrociti.[51]

 

Winick riassume gli studi sui casi post-mortem nel modo seguente[52]:

 

Essi [i medici] riferiscono di 492 autopsie eseguite nei due anni e mezzo che precedettero le deportazioni. Questi erano casi di malattie “pure” dovute alla fame, senza altre complicazioni. Ciò rappresentava circa il 15% del numero totale di autopsie eseguite nei loro dipartimenti durante lo stesso periodo. Essi divisero il loro materiale in quattro periodi, a partire dal Gennaio del 1940 per finire con il 22 Luglio del 1942, e sottolinearono che il numero dei casi di malattie dovute alla fame aumentò nel corso del tempo.

 

In una serie di tabelle, gli autori documentarono i seguenti gravi cambiamenti:

 

·         Pallore cadaverico della pelle nell’82.5% dei casi. Colore della pelle marrone scuro nel 17.5%.

·         Edema in un terzo dei casi. Gli efflussi [di sangue], quando avvenivano, erano frequenti soprattuto nella cavità addominale.

·         L’edema era raro nei casi di “pelle marrone” mentre il gruppo con la pelle pallida presentava sia la forma edematica che quella secca della malattia.

·         Si verificava l’atrofia grave del cuore, del fegato, della milza e dei reni.

·         Il peso del cervello rimaneva invariato (si trattava di malati adulti).

·         Una marcata atrofia muscolare.

·         L’edema delle pareti intestinali interne con la mucosa e il muco scoloriti, rossastri e gonfi comparve nel 27.2% dei casi.

·         La bile acquosa e sottile comparve nel 77.7% dei casi.

·         Una riduzione dei tessuti adiposi delle ghiandole surrenali nel 50% dei casi.

·         Consistenza gelatinosa del midollo osseo in certi casi.

·         Enfisema nel 13.8% dei casi.

·         Anemia solo nel 5.5% dei casi.

·         Quasi il 50% dei casi ebbero delle alterazioni intestinali che possono essere classificate come pseudodissenteria. Un numero uguale di questi casi ricaddero nei gruppi edematici e non edematici.[53]

 

Questa può essere presa come un’indicazione che persino tra i casi fatali di denutrizione, l’anemia era lungi dall’essere presente. Anche se non possono essere date risposte definitive riguardo a questa questione, sembra alquanto improbabile asserire che la maggioranza dei deportati ebrei che giunsero a Treblinka erano afflitti da un’anemia tanto grave da impedire l’apparizione di un livor mortis visibile o altre varianti dello scolorimento della pelle.

 

Argomentazione n°3: l’illuminazione poteva essere insufficiente per i testimoni oculari per vedere i cadaveri in modo adeguato

 

Questo argomento è facilmente liquidabile. Rosenberg, Reder, e Wiernik affermano di aver lavorato non solo nel rimuovere i cadaveri dalle camere a gas, ma anche di averli trasportati nelle fosse comuni. Gli storici dicono di solito che tale attività veniva condotta principalmente durante il giorno, cosicchè nella maggior parte dei casi, se non in tutti, i prigionieri impiegati nel trasporto dei cadaveri dovevano osservare il loro macabro carico alla luce piena del giorno.

 

Argomentazione n°4: i detenuti che lavoravano al trasporto dei cadaveri potevano non notare il colore del livor mortis poiché sarebbe apparso sulla metà del corpo rivolta verso il terreno

 

Vi sono due ostacoli per questo argomento. Nel suo tragitto dalla camera a gas alla sua destinazione finale in una delle fosse comuni, il cadavere avrebbe dovuto fare due soste, la prima vicino alle camere a gas – dove i “dentisti” avrebbero estratto i denti e ogni traccia di oro – e la seconda sul limitare della fossa, dove avrebbe dovuto essere sistemato in qualche modo insieme agli altri cadaveri. Per sistemare l’enorme numero dei corpi nelle fosse comuni, una parte di essi avrebbe dovuto essere rivoltata. In ogni caso sembra logico presumere che la stragrande maggioranza delle ipotetiche vittime delle gasazioni sarebbe stata rivoltata almeno una volta nel loro tragitto verso le fosse comuni.

 

7. Conclusione

 

In un articolo medico del 2004, troviamo la seguente affermazione riguardante lo scolorimento della pelle rosso-ciliegia nei casi di avvelenamento da monossido di carbonio:

 

Il classico aspetto rosso-ciliegia non è riscontrabile in tutti i casi di avvelenamento acuto, e può non essere evidente anche nei casi di grave tossicità.[54]

 

Tuttavia, nel caso delle presunte gasazioni di massa nei campi dell’Aktion Reinhardt e nel campo di Chelmno, tutte le vittime possono sensatamente venire considerate come vittime di avvelenamento acuto, e poiché i testimoni delle presunte gasazioni osservarono – spesso a distanza molto ravvicinata – non solo uno o due cadaveri, ma centinaia, migliaia, persino decine di migliaia di cadaveri, ne consegue che testimoni come Reder, Wiernik e Rosenberg avrebbero osservato un gran numero di corpi che mostravano lo scolorimento rosso-ciliegia. Che nemmeno uno dei presunti testimoni oculari menzioni il tipo di scolorimento altamente vistoso che accompagna molto spesso l’avvelenamento mortale da monossido di carbonio è in sé stesso un fatto sufficiente per gettare dubbi sulla presunta veridicità delle loro dichiarazioni.[55] Quando gli stessi testimoni-chiave riferiscono che i cadaveri erano gialli, grigiastri, o anche senza nessuno scolorimento, possiamo essere certi che qualcosa non quadra nelle loro testimonianze sulle camere a gas.


 

[1] Il campo di Bełżec venne aperto all’inizio del 1942, cessò di essere operativo alla metà del Dicembre dello stesso 1942, e venne totalmente smantellato l’anno successivo. Il cosiddetto telegramma Hoefle, scoperto nel 2000 dagli storici Peter Witte e Stephen Tyas, mostra il numero degli ebrei deportati nei campi Reinhardt fino al 31 Dicembre del 1942. Il totale dichiarato per Bełżec è: 434.508. Gli storici ritengono che solo 7 prigionieri ebrei riuscirono a fuggire dal campo (vedi: Carlo Mattogno, Belzec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2004, p. 51). Ho sotratto questa cifra dal totale.

[2] In una recente opera, lo scrittore ebreo-olandese Jules Schelvis espone la tesi convincente che in questo campo vennero deportati al massimo 171.000 ebrei (Jules Schelvis, Sobibor. A History of a Nazi Death Camp, Berg Publishers/USHMM, Oxford, 2006, p. 110, 198); la cifra “ufficiale” più vecchia di 250.000 vittime si trova ancora in molti testi scientifici e accademici.

[3] 750.000 è la cifra sostenuta da Raul Hilberg nell’edizione rivista “definitiva” della sua opera “classica”: The Destruction of the European Jews, del 1985, mentre la cifra di 900.000 è stata avanzata dallo storico e perito tedesco Wolfgang Scheffler (vedi: Adalbert Rückerl, NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, dtv, Frankfurt, 1977, p. 199). Dal suddetto telegramma Hoefle sappiamo che durante il 1942 vennero inviati a Treblinka prigionieri ebrei per un totale di 713.555.

[4] La cifra più bassa è un’estrapolazione dalle statistiche delle deportazioni tedesche, soprattutto dal cosiddetto Rapporto Korherr. Tale cifra può essere trovata in un certo numero di opere, e appare come la cifra oggi più comunemente accettata. La cifra più alta è stata presa da Martin Gilbert, Endlösung. Die Vertreibung und Vernichtung der Juden. Ein Atlas, Reinbek, Rowohlt, 1982, p. 169. Nel processo di Norimberga venne affermato che a Chelmno erano stati uccisi 340.000 ebrei (IMT, Vol. VIII, p. 364).

[8] E cioè S. Kaye, Handbook of Emergency Toxicology [Manuale di tossicologia di emergenza], quarta edizione, C. C. Thomas, Springfield, 1980; e C. J. Polson, R. N. Tattersall, Clinical Toxicology, Lippincott, Philadelphia, 1969.

[9] W. Forth, D. Henschler, W. Rummel, K. Starke, Allgemeine und spezielle Pharmakologie und Toxikologie, sesta edizione, Wissenschaftsverlag, Mannheim, 1992.

[10] A. Ernst, J. D. Zibrak, “Carbon monoxide poisoning”, The New England Journal of Medicine, Vol. 339, N°22, Novembre 1998, p. 1604.

[11] The Journal of Emergency Medicine, Vol. 1, 1984, p. 236.

[12] F. Homburger, J. A. Hayes, E. W. Pelikan, A guide to general toxicology (Karger continuing education series; vol. 5)[La collana Karger di istruzione per adulti], Karger, Basel/Tokio, 1983, p. 48.

[13] Le indicazioni che gli autori, in questo paragrafo, si riferiscono a casi clinici si possono trovare nelle frasi seguenti (Ibid): Quando l’esposizione al monossido di carbonio cessa, tuttavia, le concentrazioni nella circolazione iniziano a diminuire. (…) Sebbene la presentazione dell’avvelenamento da monossido di carbonio sia altamente variabile e dipenda dal paziente (…) la gravità della presentazione clinica è generalmente legata alla gravità dell’esposizione [all’agente tossico] (…) I sintomi e i segni del sistema nervoso centrale includono mal di testa, vertigini, labilità emotiva, confusione e convulsioni. I sintomi respiratori includono il respiro affannoso, che può variare da una leggera dispnea sotto sforzo allo svenimento (…) L’avvelenamento da monossido di carbonio può provocare pustole o bolle nelle zone colpite ma il classico colore rosso ciliegia della pelle è raro. Difetti neurologici focali sono presenti nel 30% dei sopravvissuti che giungono in coma al pronto soccorso”. 

[14] Un altro esempio. Nell’articolo “Carbon monoxide intoxication: an updated review [L’intossicazione da monossido di carbonio: una rassegna aggiornata], di L. D. Prockop e R. I. Chichkova (in Journal of the Neurological Sciences, vol. 262, N°1-2, Novembre 2007, pp. 122-130) leggiamo: “Il classico scolorimento rosso-ciliegia della pelle e la cianosi sono raramente osservabili”. Ma questa frase si trova però in una parte dell’articolo intitolata: “Casi clinici”, e di nuovo possianmo capire dal contesto che gli autori si riferiscono a pazienti sottoposti a trattamento, perché la frase successiva recita: Sono stati riferiti vari gradi di menomazione cognitiva.

[15] D. Nicholas Bateman, “Carbon monoxide”, Medicine, Vol. 35, N°11, Novembre 2007, p. 605.

[16] Bruno Simini, “Cherry-red discolouration in carbon monoxide poisoning” [Lo scolorimento rosso-ciliegia nell’avvelenamento da monossido di carbonio”.

[17] Immagine trovata in rete all’indirizzo: http://www.acsu.buffalo.edu/~lcscott/carbonmonoxide.html (Questa, come le due illustrazioni seguenti sono state trovate e utilizzate da F. P. Berg nella sua confutazione di Provan.

[18] Jay Dix, Forensic Pathology – A Color Atlas on CD-ROM [Patologia legale – un atlante a colori su CD-ROM], CRC Press, Boca Raton, p. 111.

[19] Forensic Medicine: Color Guide [Medicina legale: una guida a colori], Churchill Livingstone, Edinburgh/New York, 2003, p. 12.

[20] Bruce L. Danto, M. D., “The Man with a Red Face”[L’uomo con un viso rosso], The American Journal of Psychiatry, Vol. 121:3, Settembre 1964, pp. 275-276.

[21] A. F. Sedda, G. Rossi, “Death scene evaluation in a case of fatal accidental carbon monoxide toxicity” [Valutazione della scena mortale in un caso di avvelenamento accidentale mortale da monossido di carbonio], Forensic Science International, Vol. 164, N°2-3, Dicembre 2006, pp. 164-167.

[22] P. Schmidt, F. Musshoff, R. Dettmeyer, B. Madea, “Unusual carbon monoxide poisoning” [Avvelenamenti insoliti da monossido di carbonio], Archiv für Kriminologie, Vol. 208, n°1-2, Luglio-Agosto 2001, pp. 10-23.

[23] H. J. Carson, K. Esslinger, “Carbon monoxide poisoning: without cherry-red livor” [Avvelenamento da monossido di carbonio senza colore rosso-ciliegia], The American Journal of Forensic Medicine and Pathology, Vol. 22, n°3, Settembre 2001, pp. 233-235.

[24] G. H. Findlay, “Carbon monoxide poisoning: optics and histology of skin and blood” [Avvelenamento da monossido di carbonio: ottica e istologia della pelle e del sangue], British Journal of Dermatology, Vol. 119, n°1, Luglio 1988, pp. 45-51.

[25] S. R. Metha, M. Niyogi e altri, “Carbon monoxide poisoning”, The Journal of the Association of Physicians in India, Vol. 49, Giugno 2001, pp. 622-625.

[26] Il livor mortis, conosciuto anche come lividore post mortem, o ipostasi, è un indicatore di morte. Il termine si riferisce al ristagno del sangue nelle parti più declivi del corpo, che provoca lo scolorimento violaceo della pelle. Questo stato è dovuto a una precipitazione dei globuli rossi attraverso il siero (il componente liquido del sangue) quando il cuore non pompa più il sangue attraverso i vasi sanguigni. A causa della compressione dei capillari, lo scolorimento non appare nelle zone del corpo che stanno a contatto del terreno o di altre superfici. Il livor mortis appare da 20 minuti a 3 ore dopo la morte, mentre l’intensità massima del lividore avviene in un periodo compreso tra le 6 e le 12 ore dopo la morte. Quando gli autori dell’articolo parlano di un “livor mortis color rosa-ciliegia” si riferiscono allo scolorimento di una sfumatura distinta da quella normalmente caratteristica del livor mortis.

[27] D. Risser, A. Bönsch, B. Schneider, Should coroners be able to recognize unintentional carbon monoxide-related deaths immediately at the death scene? [Dovrebbero essere capaci i coroner di riconoscere immediatamente, sul luogo della morte, le morti accidentali da monossido di carbonio?], The Journal of Forensic Science, Vol. 40, n°4, Luglio 1995, pp. 596-598.

[28] A. H. Thomsen, M. Gregersen, “Suicide by carbon monoxide from car-exhaust gas in Denmark 1995-1999, Forensic Science International, Vol. 161, n°1, Agosto 2006, pp. 41-46.

[29] “On jètes les corps, bleus humides soudre et de l’urine, les jambes pleins de crotte et de sangue périodique” (Questo è quanto recita il testo scritto a mano (T1); il testo scritto a macchina (T2) inserisce una virgola dopo la parola “blu”. H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, Institute for Historical Review, Costa Mesa, 1989, p. 24, 32, 216, 225.

[30] Interogatorio di Wilhelm Pfnannenstiel del 6 Giugno 1950, ZStL, 208 AR-Z 252/59, Vol. I, p. 44.

[31] Nota del traduttore: si trattava del corridoio che, secondo varie testimonianze, collegava il campo di lavoro al campo di sterminio.

[32] “Die Leichen waren wenigstens teilweise mit Kot und Urin, andere zum Teil mit Speichel besudelt. Bei den Leichen konnte ich z. T. sehen, dass die Lippen und auch Nasenspitzen blaulich verfärbtwaren. Bei einigen waren die Augen geschlossen, bei anderen waren die Augen verdreht”. ZStL, 208 AR-Z 252/59, Vol. 8, pp. 1512-13 (testimonianza di Alfred Schluch).

[33] Manoscritto delle Memorie di Adolf Eichmann, presuntamente scritto a Haifa, in Israele, nel 1961, p. 127.

[34] Alexander Donat (editore), The Death Camp Treblinka: A Documentary [Il campo della morte di Treblinka: un documentario], Holocaust Library, New York, 1979, p. 158.

[35] Citato in Carlo Mattogno, Belzec…, p. 38.

[36] Elias Rosenberg, “Tatsachenbericht” firmata a Vienna, 12 Dicembre 1947, p. 5; riprodotta in H. P. Rullmann, Der Fall Demjanjuk Unschuldiger oder Massenmörder?, Verlag Helmut Wild, 1987, p. 137; disponibile in rete all’indirizzo: http://www.vho.org/D/dfd/5.html

[37] Donat, p. 36.

[38] David Mittelberg, Between Two Worlds: The Testimony & The Testament [Tra due mondi: la testimonianza e il testamento], Devora Publishing, Gerusalemme/New York, 2004, p. 44.

[39] Jessica Snyder Sachs, Corpse: Nature, Forensics, and the Struggle to Pinpoint Time of Death [Il cadavere: natura, aspetti legali, e la lotta fino al punto luminoso della morte], Perseus Publishing, New York, 2002, p. 15.  

[40] Vernon J. Gelberth, Practical Homicide Investigation: Tactics, Procedures, and Forensic Techniques, CRC Press, New York, 2006, p. 240.

[41] Ibid, p. 242.

[42] Myron Winick, editore, Hunger Disease. Studies by the Jewish Physicians in the Warsaw Ghetto, John Wiley & Sons, New York, 1979.

[43] Ibid, pp. VII-IX.

[44] Ibid, pp. 29-30.

[45] Ibid, p. 30.

[46] Ibid, p. 30.

[47] Ibid, p. 53.

[48] Ibid, p. 63.

[49] Ibid, pp. 158-159.

[50] Ibid, p. 165.

[51] Ibid, p. 185.

[52] Ibid, pp. 190-191.

[53] Ibid, p. 233.

[54] A. Harper, J. Croft-Baker, “Carbon monoxide poisoning: undetected by both patients and their doctors” [Avvelenamento da monossido di carbonio: inosservato sia dai malati che dai loro medici], Age and Ageing, Vol. 33, n°2, 2004, p. 107.

[55] Va notato che un altro segno caratteristico dell’avvelenamento da monossido di carbonio sono le emorragie retiniche, e cioè le emorragie nella retina dell’occhio. A mia conoscenza, questo sintomo, che sarebbe parimenti decisamente visibile, non è stato menzionato da nessun testimone delle “camere a gas”. Vedi: R. A. Etzel, “The “fatal four” indoor air pollutants”[Le quattro sostanze inquinanti fatali negli avvelenamenti domestici], Pediatric Annals, Vol. 29, n°6, Giugno 2000, p. 346.