5 febbraio
2008
Robert
Faurisson risponde a sei domande della giornalista italiana
Giovanna
Canzano
1 Quali sono per Lei le conquiste più significative del revisionismo
storico?
[Come preambolo, mi permetta una
puntualizzazione: io mi trovo ad essere, per prima cosa, cittadino britannico
e, in secondo luogo, cittadino francese e voglio che sia ben chiaro che è
esclusivamente nella mia qualità di cittadino britannico, e dunque come uomo libero,
che io risponderò alle Sue domande].
A condizione di sostituire la
parola “conquiste” con quella di “vittorie”, Lei troverà una risposta a questa
Sua prima domanda in un testo che ho intitolato proprio “The Victories of Revisionism” (Teheran, 11 dicembre 2006). Vi
enumero venti delle nostre vittorie. Sul piano strettamente scientifico e
storico, queste vittorie sono state così importanti, sia per numero che per
ampiezza, che non è rimasta pietra su pietra dell’edificio di menzogne
costruito dalla religione de “l’Olocausto”. Sul piano mediatico, per converso,
il nostro scacco è cocente poiché – è giocoforza il constatarlo – malgrado la
nostra presenza su Internet, con l’Aaargh-VHO, Radio Islam e parecchi altri
siti revisionisti, il grande pubblico sembra ignorare quasi tutto dei nostri
successi, come pure della sconfitta dei nostri avversari.
Prendiamo il caso dell’ebreo
americano Raul Hilberg; egli è il Number
One degli storici di quello che viene diffusamente chiamato “Olocausto” o
“Shoah” e a cui, per parte sua, preferisce dare il nome di “la distruzione
degli ebrei d’Europa”. È nel 1961 che egli ha pubblicato la sua prima versione
di The Destruction of the European Jews.
All’epoca, sosteneva con sussiego la tesi secondo la quale Adolf Hitler aveva
dato due ordini di sterminare gli
ebrei d’Europa (p. 177). Questi ordini, dei quali, curiosamente, egli non
indicava né le date né i rispettivi contenuti, erano stati, secondo lui,
seguiti da istruzioni diverse, che sfociavano, da un lato, nei massacri
sistematici di ebrei condotti in Russia dagli Einsatzgruppen, e, dall’altro, alla costruzione dei “campi di
sterminio” (sic) in Polonia o in Germania, in particolare ad Auschwitz .
Sempre a suo dire, al fine di perpetrare questo crimine specifico e senza
precedenti, i Tedeschi avrebbero inventato ed utilizzato delle armi anch’esse
specifiche e senza precedenti, chiamate sia “furgoni a gas”, sia “camere a gas”
(utilizzando, in particolare, l’insetticida Zyklon B). Ma, anno dopo anno,
sotto la pressione della critica revisionista che gli chiedeva delle prove e
non delle sedicenti testimonianze, R. Hilberg ha dovuto battere in ritirata.
Nel 1983, egli ha finito con il dichiarare che, a ben riflettere, questo
gigantesco massacro non era stato concertato (come dapprima egli aveva scritto)
ma si era prodotto spontaneamente, in seno alla vasta burocrazia tedesca, “per
un incredibile incontro degli spiriti, per una consensuale trasmissione del
pensiero” (“by an incredible meeting of
minds, a consensus-mind reading by a far-flung bureaucracy”). Nel gennaio
del 1985, all’inizio del primo dei due grandi processi intentati da alcune
organizzazioni ebraiche canadesi contro il revisionista Ernst Zündel, a
Toronto, noi gli abbiamo fatto confermare sotto giuramento questo suo strano
discorso. Nel corso dello stesso anno, nella seconda edizione della sua opera,
egli ha, ancora una volta, esposto la nebulosa teoria secondo la quale la
distruzione degli ebrei d’Europa si era prodotta per un fenomeno di generazione
spontanea, e si era sviluppato tramite trasmissione del pensiero. Egli
precisava che l’impresa criminale in questione si era sviluppata senza un
piano, senza un organismo speciale, senza direttive né autorizzazioni scritte,
senza ordini, senza spiegazioni, senza budget, senza perciò lasciare delle tracce per lo storico. Donde, a ben comprendere, l’impossibilità
per lo storico di produrre delle prove. Egli ha concluso: “In ultima
analisi, la distruzione degli Ebrei non si realizzò solo [sic] in esecuzione delle leggi e degli ordini, ma come
conseguenza di una disposizione dello spirito, di un accordo tacito, di una
consonanza e di un sincronismo” (
Già nel 1978/1979, nel giornale Le Monde, avevo dimostrato che
l’esistenza delle pretese camere a gas hitleriane si scontrava con una radicale
impossibilità tecnica, ed avevo sfidato la parte avversa a mostrare come un
omicidio di massa, quale è il preteso genocidio degli ebrei, fosse stato
tecnicamente possibile. In una dichiarazione comune firmata da 34 storici ed
autori francesi, fra cui Léon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Fernand Braudel e
Jacques Le Goff, mi si era risposto: “Non bisogna chiedersi come tecnicamente un tale assassinio di massa
sia stato possibile; esso è stato tecnicamente possibile poiché ha avuto luogo”
(Le Monde, 23 febbraio 1979). Ciò è
quel che si chiama, nello stesso tempo, confessare la propria impotenza ed
imporre agli altri il rispetto di un tabù. In fondo, R. Hilberg ha conosciuto,
nel 1983-1985, uno smarrimento ed un’umiliazione simili a quelle che avevano
subito in Francia, dal 1979, i suoi 34 colleghi o amici. Se Lei vuole degli
altri esempi riguardo alle concessioni a cui abbiamo costretto i sostenitori
della tesi del genocidio degli ebrei e delle camere a gas naziste, Si rifaccia
ai diciotto altri casi che io ho riportato nel mio testo dell’11 dicembre 2006.
Non tralasci, soprattutto, quello di Jean-Claude Pressac, un personaggio che
era stato sostenuto e decantato dalla coppia Klarsfeld [Serge e la moglie Beate
– NdT]. Dopo
molteplici pubblicazioni in favore della tesi ufficiale, J.-C. Pressac ha
finito, il 15 giugno 1995, col firmare, sotto forma di risposta scritta ad un
questionario di Valérie Igounet, una sorta d’atto di capitolazione a tutto
tondo in cui egli ha riconosciuto che la documentazione della tesi dello
sterminio era “marcia”, irrimediabilmente “marcia”, e che era votata agli
“immondezzai della storia”. Questo atto di capitolazione ci è stato nascosto
per cinque anni. Il testo non ci è stato rivelato che nell’anno 2000; esso è
stato difatti riprodotto, con un piccolissimo carattere tipografico,
all’estrema fine di un ponderoso libro precisamente firmato da Valérie Igounet:
Histoire du négationnisme en France
(pp. 651-652).
Per quel che riguarda il numero
dei morti ad Auschwitz, preteso “campo di sterminio” (denominazione creata
dagli Americani) situato al centro di un supposto sistema di liquidazione
fisica degli ebrei, la verità ufficiale non ha smesso di subire delle revisioni
verso il basso: fino all’inizio del 1990, questo numero era fissato a 4 000 000
di ebrei e di non ebrei; nel 1995, esso è precipitato a 1 500 000; poi, è stato
successivamente di 1 100 000, di 800 000, di 700 000 e di 600 000; nel 2002,
con Fritjof Meyer, redattore capo dello
Spiegel, il numero è sceso a
510 000. Rimangono, agli storici ufficiali, vale a dire agli autori non
perseguiti giudiziariamente per i loro scritti, ancora da fare dei progressi
per raggiungere la cifra reale di circa 125 000. È in effetti a questa cifra
che, probabilmente, è giunto il numero dei morti, in circa cinque anni, nei 39
campi del complesso di Auschwitz, devastato, specialmente nel 1942, da delle
terribili epidemie di tifo che hanno ucciso dei detenuti, dei guardiani e
perfino alcuni capo medici preposti alla salute dei detenuti.
2 Potrebbe riassumere per noi, brevemente, le persecuzioni fisiche e
giudiziarie che ha dovuto subire per avere espresso in pubblico le Sue tesi
storiche?
La mia sorte è stata la seguente:
una decina di aggressioni, circa trent'anni di processi, perquisizioni, una
fiumana di condanne giudiziarie, sequestri alla mia banca, una carriera
spezzata, ignobili ritorsioni su mia moglie e sui miei figli; il tutto per istigazione
o con la piena approvazione delle autorità mediatiche, politiche,
universitarie. E questo con le fanfare e in un’atmosfera da caccia alla volpe,
con appelli all’omicidio e con un’ondata di lordura e fango lanciati da ogni
parte sulla mia persona. Il capo dell’ordine degli avvocati di Parigi,
Christian Charrière-Bournazel, ritiene che gli scritti o i discorsi di
Faurisson non siano che fango e lordura e si auto-descrive come “sacro
spazzino”.
Ma, nella disgrazia, ho avuto
fortuna. Fino ad ora, il mio revisionismo non mi è costato un solo giorno di
prigione. La mia sorte è invidiabile se la paragono a quella dei revisionisti
che, in Germania, in Austria, in Francia, in Belgio, in Spagna, in Svizzera, in
Svezia o in Canada sono stati gettati in carcere. Sono trascorsi giusto cinque anni oggi da che, il 5 febbraio 2003, la
polizia americana ha tolto Ernst Zündel a sua moglie, nella loro casa del
Tennessee, per metterlo in prigione e poi per estradarlo al Canada che, a sua
volta, l’ha consegnato alla Germania. I suoi processi, prima a Toronto e poi a
Mannheim, si sono svolti in condizioni rivoltanti. Il suo internamento a
Toronto, durante due anni, e stato degno di Guantánamo e di Abou Graib. Nessuno
può dire se questo giusto, questo eroe, uscirà un giorno di prigione e potrà
ritrovare sua moglie, i suoi figli e i suoi nipoti.
3 La conferenza revisionista che si è tenuta a Teheran nel dicembre
Mi permetta una rettifica. La
conferenza di Teheran non può né deve essere qualificata come “revisionista”.
La verità è che era aperta a tutti, ivi compresi i revisionisti. Essa ha fatto
conoscere al mondo intero l’esistenza del revisionismo, ma senza riuscire a
spezzare la morsa della censura che si è ovunque ed immediatamente richiusa,
facendo in modo che il grande pubblico continuasse ad ignorare quali sono
precisamente i nostri argomenti e le nostre conclusioni. Un po’ ovunque nel
mondo occidentale, si è gridato alla bestemmia. Di ritorno al loro paese
d’origine, alcuni partecipanti alla conferenza si sono trovati esposti alla
repressione, in particolare uno Svedese, un Australiano e due dei sei
coraggiosi rabbini antisionisti che avevano fatto la trasferta: il grande rabbino
d’Austria e un rabbino di Manchester. Per la mia modesta parte, sono stato
fatto oggetto di una inchiesta giudiziaria voluta all’epoca da Jacques Chirac;
sono stato convocato due volte dalla polizia giudiziaria. La seconda volta, ben
recentemente, sono stato posto in stato di fermo, mentre la mia casa veniva
perquisita. Vi invito a venire al processo che si sta così preparando, ma la
cui data non è stata ancora fissata. Riservo ai miei giudici e al procuratore
una dichiarazione di cui si ricorderanno. Oggi stesso, apprendo appena che in
un altro affare (quello di un’intervista concessa a “Sahar”, stazione della
radio-televisione iraniana), la corte di cassazione ha confermato che dovrò
versare 18 000 euro fra ammenda e di diverse indennità.
4 Cosa ne pensa dell’avvenire del revisionismo e, in particolare, dei
tentativi di introdurre in Italia una legge antirevisionista come quella
francese?
L’avvenire del revisionismo mi
sembra compromesso, e quello dei revisionisti mi appare particolarmente cupo.
La sorte che ci attende potrebbe essere paragonabile a quella dei pagani dopo
il trionfo del cristianesimo, nel quarto secolo della nostra era: la
progressiva cancellazione. Temo l’estensione di una legge antirevisionista su
scala europea. Ma, deve saperlo, è possibile reprimere il revisionismo senza
istituire, tuttavia, una legge specifica in questo senso. Consideri, ad
esempio, il comportamento degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e della
Nuova Zelanda nei diversi casi particolari: oltre a quello di Ernst Zündel,
quelli di Germar Rudolf, di Fredrick Töben e di Joel Hayward (quest’ultimo,
semi-revisionista d’origine ebraica, ha salvato la pelle e la propria carriera
universitaria solo rinnegando sé stesso). In Francia, ancor prima della
specifica legge del 1990 (“legge Fabius-Gayssot”), non ci si è fatto scrupolo
di perseguire penalmente dei revisionisti e condannarli sul piano giudiziario.
“Chi vuole annegare il proprio cane lo accusa d’avere la rabbia”. Chi vuole
attaccare un revisionista l’accuserà indifferentemente di “danni contro terzi”,
per “diffamazione”, per “incitazione all’odio razziale”, per “apologia di
reato”, di “offesa ai diritti dell’uomo”, di “terrorismo” o di qualsiasi altro
crimine o delitto. Personalmente, io sono stato condannato nei Paesi-Bassi per
danni a terzi e per violazione della proprietà letteraria! In un’opera
sull’impostura del “Diario di Anna Frank” ero stato indotto a citare
abbondantemente degli estratti da questo sedicente diario; il tribunale
olandese ha deciso che, così facendo, avevo commesso una sorta di furto a danno
degli aventi diritto di Anna Frank, ed ha anche stabilito che, seminando il
dubbio sull’autenticità della suddetta opera, avevo compiuto un’offesa contro
due fondazioni (rivali nello Shoah-Business!), una situata in Svizzera e
l’altra nei Paesi Bassi, che difendono, entrambe, la memoria di Anna Frank.
Inoltre, il tribunale ha avvalorato la tesi per cui io avevo costretto il Museo
Anna Frank di Amsterdam a spendere dei soldi per preparare il personale a rispondere
alle domande poste dai visitatori che potevano essere rimasti turbati dai miei
argomenti.
Capita che delle brave persone
dichiarino: “Io confido nella giustizia del mio paese”. Personalmente, reso
edotto dall’esperienza della storia, io non vedo come si possa fare affidamento
su dei magistrati. La gran parte dei giudici ha la docilità dei buoni e
tranquilli ragazzi nati da buoni e tranquilli genitori. In materia di processi
per revisionismo, se confido nei magistrati, è piuttosto per la loro propensione
a schernire, all'occorrenza, la più elementare giustizia. In Francia, tre volte
ho querelato per diffamazione; tre volte i giudici hanno riconosciuto che avevo
ragione, pur tuttavia hanno respinto la mia domanda perché, ogni volta, hanno
decretato che il mio diffamatore era “in buona fede”. L’ultimo esempio al
proposito è quello del processo che ho dovuto intentare a Robert Badinter
perché questo personaggio aveva osato dire alla televisione: “Io ho fatto
condannare Faurisson per essere un falsario della storia”. I giudici hanno
deciso che R. Badinter aveva “fallito nel suo tentativo di produrre prove”,
vale a dire che si era mostrato incapace di giustificare le sue asserzioni;
essi hanno riconosciuto che questo vecchio avvocato e ex-ministro (della
Giustizia) mi aveva diffamato, ma hanno aggiunto, senza fornirne la prova, che
il mio diffamatore era stato “in buona fede” e mi hanno condannato a versargli
5 000 euro, somma che, per me, in questo processo, si è aggiunta a ben altre
spese; io ho versato questi 5 000 euro ma, non avendo altro denaro, ho
rinunciato a interporre appello. Tutti i giornali che hanno dato notizia della
vicenda hanno spiegato ai loro lettori che R. Badinter, che aveva detto: “Io ho
fatto condannare Faurisson per essere un falsario della storia”, aveva vinto il
processo, e che Faurisson aveva dovuto inchinarsi di fronte al verdetto; essi
hanno nascosto, o occultato, il fatto che R. Badinter mi aveva diffamato, sia
pure “in buona fede”.
5 Lei ha spesso paragonato le presunte armi di distruzione di massa di
Saddam Hussein alle camere a gas hitleriane: può chiarire questo concetto?
Il 23 giugno 2003 avevo redatto
un articolo dedicato all’arresto, a Vienna, di un revisionista: l’ingegnere
chimico e specialista delle camere a gas di decontaminazione Wolfgang Fröhlich,
che, per altro, sconta attualmente una pena di sei anni e cinque mesi di
prigione. In questo articolo, avevo ricordato l’offensiva condotta dai politici
americani Rudy Giuliani e George W. Bush contro dei “revisionisti” che, già da
un bel pezzo, avevano scoperto che le armi di distruzione di massa attribuite a
Saddam Hussein semplicemente non esistevano affatto. Il 16 giugno 2003, Bush
aveva condannato “un mucchio di storia revisionista attualmente in marcia” (“a lot of revisionist history now going on”).
Io avevo colto l’occasione per tracciare un parallelo fra F. D. Roosevelt e G.
W. Bush, da una parte, e Adolf Hitler e Saddam Hussein dall’altra. Scrivevo:
Nel gennaio 1944, il
presidente Roosevelt, manipolato da Henry Morgenthau Jr, suo segretario di
Stato al tesoro, creò il Consiglio dei Rifugiati di Guerra (War Refugee Board o WRB), che avrebbe fabbricato un rapporto, divenuto poi tristemente
famoso, su: “I campi di sterminio tedeschi – Auschwitz e Birkenau”. Nel settembre
2001, il presidente Bush, manipolato da Paul Wolfowitz, creò l’Ufficio dei
Piani Speciali (Office of Special Plans
o OSP), che poi si mise a costruire
dei falsi rapporti sulle armi di distruzione di massa dell’Irak (Weapons of Mass Destruction ou WMD). Questo ufficio è diretto da Abram
Shulsky. In seno a questo stesso ufficio i quattro responsabili incaricati dei
rapporti su queste armi di distruzione di massa si auto-designano con il nome
di “la cabala” [ebraica]! Seymour Hersh, giornalista americano di fama, ne ha
fatto la rivelazione in un lungo articolo del New Yorker datato al 12
maggio [2003] e, in Francia, Jacques Isnard l’ha riportato su Le Monde del 7 giugno, a pagina 7.
Io allora
concludevo:
Medesime menzogne. Medesimi
mentitori. Medesimi beneficiari. Medesime vittime. Sembra dunque che sia
necessario un medesimo lavoro revisionista.
In seguito, Le Monde del 17 giugno aveva pubblicato in prima pagina un articolo
intitolato ironicamente: “Saddam era un malvagio, dunque aveva delle armi proibite”.
Il giorno dopo ho mandato al giornale, affinché la pubblicasse, una lettera il
cui contenuto si limitava ad una frase: “Hitler era malvagio, dunque aveva
delle camere e dei furgoni a gas”, ma, come ci si poteva aspettare, la mia
impertinente missiva non è stata pubblicata.
6 Da alcuni anni a questa parte, il revisionismo si trova ad essere
comunemente chiamato “negazionismo” in quanto si dice che esso abbia un
carattere eminentemente distruttivo. Lei che cosa ne pensa?
“Negazionismo” è un barbarismo e,
a coloro che mi danno del “negazionista”, io potrei ribadire, forgiando a mia
volta un barbarismo, che essi sono degli “affermazionisti”. Nel Faust di Goethe, Mefistofele è “lo
spirito che sempre nega”. Ora, i revisionisti non sono affatto diabolici; non
negano nulla, e soprattutto non negano l’evidenza. Al termine delle loro
ricerche, essi si limitano ad affermare che quella convinzione,
largamente diffusa, non è che un’illusione. Galileo non negava nulla; egli
constatava l’esistenza di un errore o di una superstizione ed insisteva
affinché, in un ambito particolare della conoscenza, l’astronomia, si
rivedesse, correggesse o revisionasse ciò che fino ad allora era stato creduto
esatto e che, a suo avviso, era falso. Il revisionismo è POSITIVO, talvolta
anche positivista. Esso preconizza la riflessione, la verifica, lo sforzo, il
lavoro, la ricerca. E poi si trova ad essere anche un UMANESIMO : offre agli
uomini un mezzo per intendersi al di là di ogni appartenenza ad un gruppo
nazionale, politico, religioso o professionale. Esso rigetta l’argomentazione
basata sul principio d'autorità. Per i revisionisti, ciò che affermano eruditi,
professori, magistrati non è necessariamente esatto o conforme alla realtà, e
deve poter essere sottoposto ad esame. Il revisionismo ce ne avverte: ciò che
l’opinione pubblica ribadisce indefinitamente, fino alla noia, potrebbe non
essere che una leggenda, una credenza infondata.
Attenzione alla calunnia! Prima di ripetere che
All’ateo che io sono, permetta la
seguente riflessione: la religione de “l’Olocausto” non è che un avatar della
religione veterotestamentaria. Alla pari di quest’ultima, essa è inumana.
Insegna l’odio, la crudeltà, la sete di vendetta e la violenza. Essa ci tratta
tutti come Palestinesi; si burla dell’uomo, e cerca di farci ingoiare le storie
più balorde che ci siano. E deve, difatti, far così: come Le ho detto, sul
piano della storia e della scienza o, in una parola, della ragione, gli Hilberg
e i Pressac sono stati ridotti a zero dai revisionisti. Allora, disperando per
la causa, e per propria inclinazione, i sostenitori dell’Olocausto si sono
rivolti ai Claude Lanzmann, agli Elie Wiesel, ai Marek Halter, agli Steven
Spielberg, vale a dire a dei narratori di storie ebraiche, che hanno in orrore
la scienza storica. Essi del resto non lo
nascondono affatto. E. Wiesel, che è il più grande dei nostri falsi testimoni,
ha finito con lo scrivere nelle sue memorie: “È meglio che le camere a gas
restino chiuse agli sguardi indiscreti. E all’immaginazione” (Tous les
fleuves vont à la mer…, Le Seuil, 1994, p. 97). Quanto a Claude
Lanzmann, che ha finito con il confessare d’avere pagato, e caro, i suoi
“testimoni” tedeschi per il film Shoah,
egli ha sempre proclamato il suo odio per gli storici e per i loro documenti,
giungendo ad affermare che, se avesse scoperto un film che mostrava una scena
di gassazione degli ebrei, lo avrebbe distrutto. Questa tipologia di
commercianti è
a favore dei racconti, dei romanzi, delle novelle, dei film, del teatro, degli
spettacoli d’ogni genere, e parteggia anche per il kitsch, purché questo serva
ciò che essi chiamano
A partire dal 1995-1996, gli
storici de “l’Olocausto” hanno definitivamente ceduto il passo ai servitori
della Memoria. Nel 1996, una sorta di Pressac in sedicesimo, Robert Jan van
Pelt, universitario canadese, sarà stato l’ultimo storico ebreo a tentare di
difendere la tesi de “l’Olocausto” sul piano scientifico. Dopo questa data, gli
specialisti dell’argomento hanno moltiplicato le pubblicazioni in cui ognuno di
loro fornisce la propria particolare interpretazione de “l’Olocausto”, ma senza
più tentare di dimostrare, in via preliminare, che vi sia stato effettivamente
un genocidio degli ebrei e delle camere a gas naziste. Per contro, siamo
intossicati con una letteratura strabiliante, nello stile dei racconti di Misha
Defonseca, di Shlomo Venezia o di quel consacrato burlone di Padre Patrick
Desbois: una bambinella ebrea, adottata dai lupi, attraversa con loro l’intera
Europa alla ricerca dei suoi genitori deportati ad Auschwitz; i camini dei
crematori lanciano, giorno dopo giorno, notte dopo notte, delle fiamme verso il
cielo (mentre un solo fuoco di ciminiera avrebbe interrotto per lungo tempo
ogni attività di cremazione); quando i Tedeschi decidono di giustiziare dei
grandi gruppi d’ebrei, mobilitano dei bambini ai quali ordinano di battere su
delle casseruole per coprire il rumore delle fucilate e le grida delle vittime;
“Noi eravamo trenta fanciulle ucraine che dovevano, a piedi nudi, pigiare i
corpi degli Ebrei e gettarvi sopra una fine coltre di sabbia, in modo che gli
altri Ebrei potessero adagiarvisi” (Padre Patrick Desbois, Porteur de mémoires / Sur les traces de
Da parte mia, prendendo atto del
fatto che, in questi ultimi dieci anni, la storiografia de “l’Olocausto” si è
ridotta essenzialmente a queste sotto-produzioni, ho l’impressione che il mio
ruolo sia sul finire. Ho 79 anni. Non consacrerò quel poco di vita che mi resta
a dimostrare l’assurdità, sempre più grossolana, del commercio o dell’industria
de “l’Olocausto”. I revisionisti l’hanno già ampiamente provata: La storia del preteso sterminio degli Ebrei
e delle pretese camere a gas naziste è un’impostura che ha aperto la strada ad
una gigantesca truffa politico finanziaria, di cui i beneficiari principali
sono lo Stato di Israele e il sionismo internazionale, e le cui vittime
principali sono il popolo tedesco – ma non i suoi governanti – e l’intero popolo
palestinese. Sono giunto a questa conclusione nel 1980. Al giorno d’oggi, 5
febbraio 2008, non devo cambiarla di un iota.
Per riassumere in una frase il
bilancio personale degli ultimi trent’anni da me già consacrati al revisionismo
storico, dirò che io ho semplicemente
voluto, con dei mezzi risibili, servire una causa ingrata: quella della scienza
storica. Non ho nient’altro da dire a mia difesa.
Le sono grato di avermi accordato la parola. Il primo giornalista che
abbia voluto darmela per davvero è stato
uno dei Suoi connazionali. Si chiamava Antonio Pitamitz. Era nel 1979, sul mensile Storia Illustrata, poi scomparso. Oggi, un professore universitario
si batte aspramente perché mi sia accordato il diritto di esporre le mie vedute
– delle vedute che egli forse per parte sua non condivide – e si tratta ancora
di un Italiano. Lei lo conosce: si chiama Claudio Moffa.
F
I N E

* Questa traduzione della frase di
Hilberg, con "non ... solo in esecuzione delle leggi..." per rendere
"not as much a product of laws...", è errata;
una versione più esatta e fedele è: “In ultima analisi, la distruzione degli
Ebrei era non tanto il prodotto di un'esecuzione delle leggi e degli ordini
quanto un affare di disposizione dello spirito, di una comprensione condivisa,
di una consonanza e di un sincronismo” (NdT).