RISPOSTA AD ADRIANA
CHIAIA SUL “NEGAZIONISMO”
OLOCAUSTICO
Di Carlo Mattogno (2007)
In un articolo sul tristemente
noto disegno di legge Mastella del gennaio 2007 contro il “negazionismo”
olocaustico, circa le presunte olo-“confutazioni” dei miei argomenti storici,
ho rilevato:
«Per quanto mi riguarda, all'inizio c'è stato qualche
timido tentativo di critica da parte degli storici, presto accantonato. Ad essi
sono subentrati nugoli di polemisti usa e getta che si sono accaniti contro
aspetti marginali di qualcuno dei miei scritti, blaterando protervamente che le
mie tesi erano “contestabilissime”, ma scomparendo regolarmente dalla scena
dopo la mia replica. Nel libro “Olocausto: dilettanti nel web” (Effepi,
Genova, 2005, pp. 118-126) ho stilato l'elenco dei miei libri e articoli più
importanti che sono rimasti senza replica da parte di storici o polemisti olocaustici - 23 titoli - e ho annotato i
nomi di coloro che si sono ritirati nell'ombra dopo le mie risposte - 38 autori
- e nel frattempo la lista si è allungata ulteriormente. Nessuno ha mai
confutato nessuna di queste tesi “contestabilissime”.
Non solo, ma sono io che ho confutato ad abundantiam i
sostenitori del nuovo dogma religioso olocaustico, dedicando loro sei libri:
- Olocausto: Dilettanti allo
sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar,
Padova, 1996, 322 pagine.
- L' “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto
Rosso ad... Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos, Genova, 1998,
188 pagine.
- Olocausto: dilettanti a
convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002, 182 pagine.
- Olocausto: dilettanti nel
web. Effepi, Genova, 2005, 131 pagine.
- Ritorno
dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti
specialisti dell'anti-“negazionismo”. Effepi, Genova, 2006, 80 pagine.
[Riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai
veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la
replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi, 2007, 103 pagine, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.]
- Negare la storia? Olocausto: la falsa
“convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, 2006, 179 pagine.
In totale: 1.082 pagine»[1].
Considerata la sfacciata malafede
con cui l'articolo in questione è stato “letto” dagli olo-propagandisti, qui la
ripetizione non solo iuvat, ma è addirittura necessaria.
Rammento dunque che in esso ho
elencato i miei studi revisionistici, i quali, oltre ai libri menzionati sopra, includono:
- su Auschwitz:
8 libri: 1.288
pagine,
25 articoli: 366 pagine,
complessivamente circa 1.650
pagine;
- su Belzec, Majdanek,
Stutthof e Treblinka: quattro libri (tre in collaborazione con Jürgen
Graf): complessivamente 1.033 pagine;
- primi scritti:
11 libri: complessivamente 1.016 pagine.
Indi ho commentato:
«Da queste oltre 4.700 pagine i miei “critici” hanno estratto una frase
qua, qualche parola là (per di più, soltanto nei miei primi scritti) e poi
hanno preteso di confutarmi, di dimostrare mie presunte metodologie capziose,
mie fantasiose intenzioni occulte. Ma neppure questo compito elementare è
riuscito loro, donde l'inevitabile appello alla “giustizia”»[2].
A questi polemisti usa e getta si è aggiunta
recentemente Adriana Chiaia, con uno scritto lungo e eterogeneo intitolato “Percorsi
e ricorsi storici: il negazionismo”[3].
Dei vari temi trattati dall'autrice mi limiterò ad esaminare quello
propriamente storico, non senza aver prima rilevato una palese contraddizione
di fondo nella sua impostazione ideologica. Ella pretende incredibilmente che
le leggi antirevisioniste in virtù delle quali, ad esempio, in Germania Ernst
Zündel è stato condannato a cinque anni di reclusione, Germar Rudolf a due anni
e mezzo, e che imperversano non meno funestamente, oltre che in Francia, in
Austria e in Polonia,
«sono, per dirla con Gramsci, “la
piccola bandiera” che, in realtà, serve a colpire coloro che si oppongono alla
lettura revisionista della storia del XX secolo, coloro che si
oppongono alla falsificazione della storia del movimento operaio rivoluzionario
e comunista e alla criminalizzazione del comunismo e che, con rigorose ricerche
e pochi mezzi – al contrario dei revisionisti, che godono dell’appoggio
governativo e delle sovvenzioni dei padroni dei maggiori mezzi di comunicazione
– lavorano per ristabilire la verità storica».
Adriana Chiaia illustra la
sua singolare tesi con quest'esempio:
«Annie
Lacroix-Riz, professoressa di storia contemporanea presso l’Università di
Parigi VII e storica di rinomanza internazionale è, da anni, oggetto delle persecuzioni
di un’organizzazione di nostalgici dell’Ucraina e della Russia “bianche”.
Questa organizzazione, che è arrivata al punto di minacciarla fisicamente, ha
esercitato pressioni politiche su deputati francesi, e si è rivolta perfino
all’allora Presidente Chirac, affinché Annie Lacroix fosse sanzionata
dall’amministrazione dell’Università. Ci sono voluti una vasta mobilitazione
democratica di personalità della cultura a livello internazionale, di
associazioni e di militanti antifascisti e l’intervento dei sindacati perché
ciò non accadesse. Il ‘crimine’ di Annie Lacroix-Riz consiste nelle sue
ricerche storiche che smantellano – su rigorose basi documentarie – il luogo
comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del genocidio
degli Ucraini, che sarebbe stato programmato e perpetrato da Stalin durante la
carestia che colpì l’URSS negli anni 1932-33. Gli attacchi contro la
professoressa Lacroix non sono, tuttavia, terminati. Essi minacciano la sua
sicurezza fisica e il suo posto di lavoro e minano la serenità necessaria per
le sue ricerche storiche».
Se si
sostituisse “Robert Faurisson” a “Annie Lacroix-Riz” si otterrebbe un quadro
ancora educorato della realtà, sia perché le persecuzioni e le aggressioni
fisiche subìte dallo storico francese sono di gran lunga più gravi, sia perché
in veste di persecutore non ha agito una qualunque “organizzazione di
nostalgici”, ma lo Stato francese.
Mutatis
mutandis, le
parole di Adriana Chiaia si attagliano perfettamente a Faurisson, il cui
“crimine” «consiste nelle sue ricerche storiche che smantellano – su rigorose
basi documentarie – il luogo comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti
scientifici, del genocidio degli Ebrei».
Per Adriana Chiaia il
“negazionismo” è evidentemente a senso unico: giusto e sacrosanto se si tratta
di negare i crimini di Stalin, ignobile e aberrante se entra in gioco il
presunto olocausto.
Ciò
premesso, vediamo quale sia il valore dei suoi argomenti.
Rilevo
anzitutto che lo scritto di Adriana Chiaia è caratterizzato da una profonda
ignoranza dei cardini della storiografia olocaustica (per non parlare di quella
revisionistica); da una confusione tra la persecuzione nazionalsocialista degli Ebrei - che nessuno
nega - e il preteso sterminio ebraico; dal
conseguente ricorso a fonti non solo di seconda mano, ma oltremodo datate e
infine da argomentazioni storiche insulse.
Nelle
sue note campeggiano titoli come:
-William L. Shirer, Storia del
Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962;
- Enzo Collotti,
- Walther Hofer, Il Nazionalsocialismo. Documenti
1933-1945, Feltrinelli editore, Milano,
1964.
Stranamente, ella non menziona le opere olocaustiche di L.
Poliakov e di G. Reitlinger, parimenti datate e accessibili in italiano, ma
almeno un po' più serie.
Per la verità Adriana
Chiaia si appella anche ad un'opera meno vetusta: il “Calendario” di Auschwitz
di Danuta Czech, riguardo al quale scrive:
«In un recente articolo apparso su
il manifesto, Enzo Collotti, storico che dal dopoguerra si è dedicato allo
studio del nazismo e autore di libri fondamentali sul tema, segnala quella che
egli chiama “una pietra miliare della storiografia su Auschwitz”. Si tratta
dell’opera della studiosa polacca, D. Czech, dal titolo Kalendarium. Gli
avvenimenti del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau 1939-1945,
nella quale si ricostruisce con un paziente lavoro di archivio (proveniente in
gran parte dai documenti originali tedeschi della gestione del lager, scampati
alla distruzione precedente all’arrivo dell’Armata Rossa) il processo con cui
ha preso forma la tragica macchina di morte del lager».
L'articolo in questione è datato 9 febbraio 2007, ma
l'opera recensita, il “Kalendarium der Ereignisse im
Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-
Il “Calendario” di D. Czech è una cronaca che riporta
giorno per giorno gli avvenimenti principali della storia del campo di
Auschwitz. Esso è uno strumento storico utile per quanto riguarda i fatti
documentati, uno strumento puramente
propagandistico per quanto attiene alle asserzioni non documentate,
che sono quelle più importanti, in quanto riguardano le presunte gasazioni
omicide. A questo proposito, i riferimenti addotti da D. Czech possono forse
impressionare studiosi come Collotti, non certo chi tali riferimenti conosce
bene ed è in grado di verificarli. Mi spiego subito con qualche esempio.
Adriana Chiaia ritiene opportuno soffermarsi su qualche
passo dell'articolo di Collotti:
«Riferendosi alla ricostruzione
cronologica, che costituisce il criterio dell’opera, Collotti scrive: “Dalle
esecuzioni più primitive [cioè le fucilazioni e le impiccagioni dei prigionieri
polacchi e russi, il primo trasporto di ebrei di varie nazionalità essendo
arrivato il 30 marzo 1942. N.d.r.] si passa con un crescendo alla morte
tecnologica (le gassazioni). La prima selezione con gas ha luogo il 4 maggio
1942».
Collotti non ha neppure colto la sequenza fondamentale dei
presunti eventi che avrebbero condotto allo sterminio sistematico in “camere a
gas” omicide installate nei crematori di Birkenau. A tale epilogo le SS -
secondo il “Calendario” - sarebbero giunte attraverso tre fasi intermedie:
- la prima gasazione omicida, presuntamente avvenuta nello
scantinato del Block 13 di Auschwitz (divenuto poi il Block 11 per un
cambiamento della numerazione) il 3-5 settembre 1941;
- l'utilizzazione della camera mortuaria (Leichenhalle)
del crematorio I di Auschwitz come camera a gas omicida (a partire dal 16 settembre
1941);
- la trasformazione di due case coloniche preesistenti
nell'area di Birkenau in camere a gas omicide (20 marzo e 30 giugno 1942)(i
cosiddetti “Bunker” 1 e 2[5]).
A ciascuna di queste fasi ho dedicato uno studio specifico basato
su una ricca documentazione di prima mano:
1)
Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova,
1992, 190 pp.
Traduzione americana: Auschwitz:
The First Gassing. Rumor and Reality. Theses &
Dissertations Press, Chicago, 2005. Testo accresciuto, riveduto e
corretto. 159 pp.
2)
3) The
Bunkers of
Come
ho già rilevato altrove[6], lo studio olocaustico più approfondito - o meno
superficiale - su questi tre aspetti essenziali della presunta politica
di sterminio ebraico ad Auschwitz è costituito dalle 33 pagine che vi ha
dedicato Franciszek Piper - direttore della sezione storica del Museo di
Auschwitz[7]; i
miei tre studi summenzionati coprono circa 600 pagine e già questo semplice
confronto dimostra l'inconsistenza e l'inettitudine della storiografia
olocaustica sulla genesi e gli sviluppi del presunto sterminio ebraico ad
Auschwitz.
Sto ancora aspettando che
qualche olo-storico o olo-propagandista si pronunci su questi studi. Forse
Collotti?
Quanto alla «prima selezione con gas» che ebbe
presuntamente luogo il 4 maggio 1942, D.
Czech non sa fare di meglio che appellarsi a due testimonianze, una del 1947
(processo Höss), l'altra del 1978! (Czesław Ostańkowicz).
I
documenti infatti non confermano affatto questa presunta “selezione”, anzi, se
mai, la sfatano clamorosamente.
D.
Czech non indica il numero dei “selezionati” e si limita a riferire che, dopo
la presunta gasazione, «la forza di questa baracca ammonta a 1.200 detenuti»[8].
Una
delle sue fonti, Czesław Ostańkowicz, afferma invece che dalla
baracca furono selezionati 20 polacchi, alcuni francesi e 180 Russi abili al
lavoro, poco più di 200 persone, mentre «il resto dei 1.200 detenuti politici»,
dunque poco meno di 1.000 persone, furono gasati il 4 e 5 maggio 1942[9].
Esiste
un importante documento che smentisce questo presunto evento. Si tratta dello Stärkebuch,
il registro della forza del campo maschile di Auschwitz che va dal 19
gennaio al 19 agosto 1942. Esso registra la forza numerica all'appello del
mattino e della sera, i nomi dei detenuti nuovi arrivati e di quelli morti
(oltre che di quelli trasferiti e rilasciati). La presunta “selezione” avrebbe
riguardato detenuti immatricolati, perciò le presunte vittime devono figurare
in questo registro tra i “Verstorbene Häftlinge” (detenuti morti). Dal
1° al 10 maggio 1942 la mortalità giornaliera
nel campo maschile fu la seguente[10]:
|
data |
detenuti |
prigionieri
di guerra sovietici |
|
1
maggio |
134 |
185 |
|
2 |
53 |
185 |
|
3 |
64 |
183 |
|
4 |
89 |
182 |
|
5 |
87 |
182 |
|
6 |
144 |
182 |
|
7 |
89 |
179 |
|
8 |
135 |
176 |
|
9 |
61 |
174 |
|
10 |
49 |
172 |
Il
tasso di mortalità prima del 4-5 maggio 1942 e dopo non subì variazioni di
rilievo, dunque nello Stärkebuch
non c'è traccia dei quasi 1.000 presunti
gasati.. Le presunte vittime facevano parte della forza del campo dello Stammlager
Auschwitz, perciò, oltre che in questo registro, dovrebbero apparire anche nel Leichenhallenbuch,
il registro della camera mortuaria del Block 28, che va dal 7 ottobre 1941al 31
agosto 1943. Per il periodo summenzionato essa riporta infatti i seguenti
decessi[11]:
|
data |
detenuti |
|
1
maggio |
24 |
|
2 |
15 |
|
3 |
9 |
|
4 |
31 |
|
5 |
45 |
|
6 |
28 |
|
7 |
23 |
|
8 |
25 |
|
9 |
14 |
|
10 |
12 |
Anche
questo documento smentisce la presunta uccisione di poco meno di 1.000 detenuti
il 4 o 5 maggio 1942.
E -
per favore - non mi si venga a parlare di una fantomatica “doppia contabilità”
delle SS, tesi insensata che dimostra soltanto una spaventosa ignoranza della
burocrazia di Auschwitz.
Nella stessa pagina in cui menziona la prima “selezione”,
D. Czech dà un altro saggio della sua professionalità. Ella ci informa che un
medico SS ordina nella farmacia del campo
E che dire del fatto che ella ha occultato almeno 97.000 detenuti trasferiti in altri
campi nel 1944, creando così altrettanti finti gasati?[15].
In
uno dei miei libri citati sopra - Auschwitz: la prima gasazione - ho
esposto in uno speciale paragrafo “La metodologia storiografica di Danuta
Czech”, dimostrando come ella abbia inventato un racconto fittizio e
storiograficamente inconsistente sulla base di un mosaico di dichiarazioni
contraddittorie su tutti i punti essenziali: quelle dei testimoni Kula,
Krokowski, Koczorowski, Taul, Myłyk, Gliński, Smużewski, Banach
e Kielar.
Riporto
i punti salienti di quest'analisi:
«- Danuta
Czech trae il numero dei detenuti malati selezionati (250) dalla testimonianza
di Kula, quello dei prigionieri russi (600) dalle testimonianze di Krokowski,
Koczorowski, Myłyk e Gliński; tuttavia il testimone Krokowski afferma
che i detenuti malati selezionati furono 400, il testimone Smużewski
fornisce un totale di 980 vittime e il testimone Banach parla di 800 Russi, tra
cui 120 detenuti politici.
- Danuta Czech
scrive che la mattina del giorno dopo quello della gasazione (4
settembre), Palitzsch aprì la porta «delle celle» e constatò che «alcuni» prigionieri di guerra
russi erano ancora vivi. La fonte è la testimonianza di Kula, il quale però
afferma che ciò accadde il pomeriggio del giorno dopo (“Il 15 agosto[16],
verso le 4 di pomeriggio, Palitzsch, con una maschera antigas...”); egli
precisa inoltre che Palitzsch aprì la porta “dei Bunker”, ossia dello
scantinato, non delle celle, e constatò che “le persone” - evidentemente tutte,
non alcune - che vi si trovavano erano ancora vive.
- Danuta Czech
asserisce inoltre che la notte del 4 settembre, cioè ancora il giorno dopo
quello della gasazione, Palitzsch adunò «20 detenuti della compagnia di
punizione del Block 5a e tutti gli infermieri dell'ospedale”, più altri due
detenuti, i quali cominciarono subito ad evacuare i cadaveri. Ma secondo il
testimone Kula, lo scantinato del Block 11 fu riaperto la sera del 16 agosto,
cioè due giorni dopo quello della gasazione [rispetto alla data riferita da
questo testimone]; anche il testimone Kielar afferma che l'evacuazione dei
cadaveri iniziò due giorni dopo, per l'esattezza la sera del secondo giorno,
mentre il testimone Gliński dichiara che essa cominciò tre giorni dopo.
Questo stesso testimone afferma inoltre che tale operazione fu eseguita da
circa 20 medici e infermieri, che Danuta Czech trasforma in «20 detenuti della
compagnia di punizione del Block 5a”, mentre il testimone Banach dichiara che
essa fu eseguita da «alcune decine» di detenuti della compagnia di punizione. Il
testimone Gliński, che era infermiere, asserisce che l'operazione fu
compiuta soltanto da infermieri e medici, mentre il testimone Banach, che era
membro della compagnia di punizione, dichiara che l'operazione fu eseguita
soltanto dai detenuti della compagnia di punizione. Dunque: infermieri o
detenuti della compagnia di punizione. Danuta Czech risolve elegantemente il
dilemma: infermieri e detenuti della compagnia di punizione!
- Danuta Czech
scrive che i cadaveri dei gasati furono portati al crematorio e cremati, ma il
testimone Kula afferma che essi “non furono cremati nel crematorio, ma furono
portati in direzione di Brzezinka [Birkenau], dove furono inumati”.
- Danuta Czech
asserisce poi che il trasporto dei cadaveri al crematorio durò due notti e si
concluse la notte del 5 settembre. Ma i testimoni Myłyk e Smużewski affermano che questo lavoro
fu eseguito in una sola notte.
Si sarà notato
che Höss non rientra nel novero dei testimoni citati da Danuta Czech. La
ragione è semplice: la sua testimonianza, alla portata di tutti e controllabile
da chiunque, è in contraddizione troppo flagrante con il resoconto di Danuta
Czech, perché egli riferisce che lo Zyklon B provocò la morte immediata
delle vittime”»[17],
mentre la redattrice del
“Calendario”, come ho accennato sopra, pretende che la mattina del
giorno dopo quello della gasazione alcuni prigionieri di guerra russi erano
ancora vivi.
D.
Czech menziona la gasazione di centinaia di trasporti ebraici, a partire da
quella di un trasporto di Ebrei slovacchi in data 4 luglio 1942, ma senza mai
fornire non dico la minima prova, ma neppure il minimo indizio documentario
a sostegno della sua pretesa. Ella, come tutti gli storici olocaustici,
presuppone aprioristicamente che tutti i detenuti non immatricolati fossero
stati gasati.
Nella
prima edizione tedesca del suo “Calendario”[18] figurano 91 trasporti di Ebrei provenienti
dall’Ungheria tra il 2 maggio e il 18 ottobre 1944, da cui risultano
immatricolate complessivamente 29.159 persone. Quanto al destino delle persone
non immatricolate, D. Czech sentenziava
invariabilmente: «Die Übrigen wurden vergast» (i restanti furono gasati)[19].
Basandosi su questi dati, in un articolo
apparso nel 1983, Georges Wellers concluse che nel 1944 erano stati deportati
ad Auschwitz 437.402 Ebrei ungheresi in 87 treni, di cui, secondo i suoi
calcoli, 27.758 erano stati immatricolati e i restanti 409.644 erano stati
gasati immediatamente all'arrivo[20].
In realtà le deportazioni degli
Ebrei ungheresi erano cessate l'8 luglio 1944. D. Czech fu successivamente costretta a riconoscere questo fatto e anche ad
ammettere che decine di migliaia di Ebrei ungheresi furono accolti senza
immatricolazione nei settori BIIe, BIIc, BIIb e BIII di Birkenau, che
nei documenti vengono designati «Durchgangslager (campo di transito) KL
Auschwitz II». Fatto notorio, perché già al processo Höss un testimone
tenuto in grande considerazione da D. Czech, Otto Wolken, aveva dichiarato che
nel 1944 le donne ungheresi erano state accolte inizialmente nel campo BIIc,
dove dovevano dormire in due turni, poi
nel Bauabschnitt (settore di costruzioni) III, dove furono
alloggiate in 50.000[21].
Nella seconda edizione tedesca del
“Calendario” sono registrati circa 25.000 detenuti non immatricolati che
passarono per il “Durchgangslager”, ma il numero effettivo è di almeno 98.600[22].
E che dire dei trasporti ebraici
registrati da D. Czech tra il 5 maggio e il 18 agosto 1942 che sarebbero stati
gasati interamente? Del loro arrivo ad Auschwitz non esiste neppure il più vago
indizio documentario. Con questi finti trasporti la redattrice del “Calendario”
lucra oltre 22.200 finti gasati. In tale contesto, ecco un altro esempio della
sua serietà.
In data 8 novembre 1942 ella registra l'arrivo di due
trasporti ebraici (uno dal distretto di Zichenau, l'altro da quello di
Białystok) con 1.000 Ebrei ciascuno, che sarebbero stati tutti gasati
all’arrivo[23]. Per entrambi i trasporti D. Czech indica come
fonte il diario del dott. Kremer (sul quale ritornerò sotto):
«Questa è la dodicesima azione
speciale (Sonderaktion) alla quale il dott. Kremer partecipa. (KL
Auschwitz in den Augen der SS,op. cit., Diario di Kremer, p. 232)».
«Questa è la tredicesima
azione speciale (Sonderaktion) alla quale il dott. Kremer partecipa. (KL
Auschwitz in den Augen der SS, op. cit., ., Diario di Kremer, p. 232)»[24].
Questa
fonte è smentita dall’opera stessa invocata da D. Czech. Nel libro “Auschwitz
in den Augen der SS” (edizione del 1997) si legge infatti il seguente testo
del diario del dott. Kremer:
«8 novembre 1942. Stanotte [ho] partecipato a due
azioni speciali (Sonderaktionen) con fosco tempo autunnale piovoso
(dodicesima e tredicesima)».
Dunque il dott. Kremer non menziona né l’arrivo dei due
trasporti, né il numero dei deportati, che sono pertanto semplici invenzioni di
D. Czech.
In nota
Jadwiga Bezwińska e D. Czech stessa
(!) spiegano:
«Quel giorno furono internati Ebrei dal campo di
concentramento di Lublino (Majdanek); 25 uomini furono ammessi al campo come
detenuti, gli altri (non si sa quanti) furono gasati»[25].
Perciò
D. Czech non ha mai avuto la minima prova dell’arrivo ad Auschwitz dei due
trasporti summenzionati, che devono dunque essere considerati fittizi.
Spero che queste osservazioni
siano sufficienti a dare un'idea di che cosa sia in realtà questa presunta “pietra miliare della storiografia
su Auschwitz”.
Torniamo
ad Adriana Chiaia, che continua così:
«Collotti riporta poi una citazione
dal lavoro della Czech, che annota per la data del 2 settembre 1942: “il medico
del campo SS Kremer scrive nel suo diario: ‘Presente per la prima volta ad
un’azione speciale; fuori alle 3 di notte. In confronto qui l’Inferno di Dante
mi sembra quasi una commedia. Non per niente Auschwitz è definito campo di
sterminio!’”. E Collotti commenta:“potrebbe essere l’epigrafe dell’intero
Kalendarium”».
Faurisson si era occupato in modo approfondito del diario del
dottor Johann Paul Kremer già nel 1980[26],
ma Adriana Chiaia, che pretende di confutarlo sul
piano storico, non cita neppure di sfuggita le sue osservazioni al riguardo.
L'interpretazione
olocaustica di questo documento presuppone - anche qui aprioristicamente e
senza uno straccio di prova - che il termine “Sonderaktion” (azione
speciale) che vi appare varie volte sia un “criptonimo” che designava le
gasazioni omicide, al pari di altri termini come “Sonderbehandlung”
(trattamento speciale), “Sonderbaumassnahme” (misura speciale), “Sondertransporte”
(trasporti speciali), “Sonderkeller” (scantinato speciale), “Spezialeinrichtung”
(installazione speciale).
In riferimento ad Auschwitz - come ho ricordato
(invano) più volte -, a questa
presunta decifrazione gli olo-storici più preparati hanno dedicato al massimo
qualche riga. La spiegazione del nuovo esperto mondiale di Auschwitz (dopo la
morte di Jean-Claude Pressac), Robert Jan van Pelt, è veramente prodigiosa, un
vero capolavoro di storiografia scientifica:
«Ogni volta
che erano designati come installazioni di sterminio, i crematori venivano
denominati Spezialeinrichtungen (installationi speciali) per
E questo è tutto in un libro su Auschwitz di
oltre 500 pagine!
I numerosi documenti che ho trovato a Mosca
mostrano invece che questi termini si riferivano a molti aspetti
“normali” della vita del campo di Auschwitz – dalla disinfestazione e
immagazzinamento degli effetti personali dei detenuti all’impianto di
disinfestazione di Birkenau (Zentralsauna), alle forniture di Zyklon B
per la disinfestazione, all’ospedale dei detenuti (Häftlingslazarett)
progettato nel settore BIII del campo di Birkenau, alla ricezione dei deportati
e alla selezione degli abili al lavoro, ma
non avevano in alcun caso una connotazione criminale, e la presunta
“decifrazione” proposta dalla
storiografia olocaustica è storicamente e documentariamente infondata. Ho
presentato la relativa dimostrazione, accompagnata da una selezione di 26
documenti, molti dei quali prima ignoti persino agli specialisti, nel libro “Sonderbehandlung”
ad Auschwitz. Genesi e significato[28]. Per fare un solo esempio, un documento del
18 dicembre 1942 menziona una “Sonderaktion” (azione speciale) che consistette nell'interrogatorio di tutti
gli operai civili da parte della Gestapo dopo uno sciopero(!) per le ferie
natalizie[29].
All'epoca infatti nel “campo di sterminio” lavoravano 950 operai civili[30].
Perfino il termine “Sonderkommando”,
comunemente riferito ai detenuti pretesamente addetti alle gasazioni nei
crematori, è fasullo, in quanto da un lato ad Auschwitz esistettero
documentariamente almeno undici “Sonderkommandos”, dall'altro nessuno di
questi si riferì mai al personale in questione, che invece veniva chiamato “Krematoriumspersonal”
(personale del crematorio) oppure con il relativo numero di “Kommando”: ad esempio, “206-B Heizer Krematorium I. u.II. 207-B
Heizer Krematorium III. U. IV.”[31].
È ben vero che l'annotazione del
dott. Kremer summenzionata dice che «in confronto a ciò l'inferno di Dante mi
sembra una commedia», tuttavia Faurisson in questo contesto menziona una
lettera di Kremer datata 21 ottobre 1942 nella quale egli scrive tra l’altro:
«A dire il
vero non ho ancora una risposta definitiva, ma mi aspetto di poter essere di
nuovo a Münster prima del 1° dicembre e di volgere così le spalle
definitivamente a questo inferno di Auschwitz, dove oltre al tifo petecchiale
ecc. ora appare anche il tifo»[32].
L’ “Inferno” di Auschwitz aveva
dunque una inequivocabile relazione con il tifo e le altre malattie che imperversavano al campo.
Veniamo infine al “campo di sterminio”. Rilevo
subito che questa traduzione è inesatta. Il testo tedesco è “das Lager der Vernichtung”, “il campo
dello sterminio”[33]. Il
significato reale di questa espressione si desume dal contesto storico.
Kremer ricevette l’ordine di trasferimento ad
Auschwitz il 28 agosto 1942 e giunse al campo il giorno 30. La sua prima
annotazione dopo l’arrivo riguarda le malattie infettive che vi infuriavano:
«Al campo a
causa di numerose malattie infettive (febbre petecchiale, malaria, diarrea)[vige
la] quarantena».(Im Lager wegen zahlreicher Infektionskrankenheiten (Fleckfieber,
Malaria, Durchfälle) Quarantäne)».
La quarantena era stata ordinata
dal comandante Höss il 23 luglio come “chiusura totale del campo” (vollständige
Lagersperre). Kremer arrivava nel momento in cui l’epidemia aveva raggiunto
la massima intensità.
Nel mese di agosto erano morti 8.600 detenuti. Per due
volte, il 19 e il 20, la mortalità aveva superato la soglia dei 500 decessi al
giorno. Nella seconda metà del mese, dal 15 al 31, vi furono quasi 5.700
decessi, con una media giornaliera di oltre 330 decessi. All’inizio di
settembre la mortalità media aumentò ulteriormente. Il 1° settembre morirono
367 detenuti, il 2 settembre 431.
Il confronto con gli altri campi
di concentramento mostra che Auschwitz aveva un tasso di mortalità immensamente
superiore. Nel complesso Mauthausen-Gusen nell’agosto 1942 morirono 832
detenuti, a Dachau 454 detenuti, a Buchenwald 335 detenuti, a Stutthof circa
300. Perfino il campo di Lublino-Majdanek, nonostante la sua altissima
mortalità di 2.012 detenuti, ebbe appena
il 23% dei decessi che vi furono ad Auschwitz. Il 2 settembre 1942, dunque, per
la sua altissima mortalità “naturale” (che non include le presunte gasazioni
omicide) rispetto agli altri campi, Auschwitz era davvero “das Lager der
Vernichtung”[34].
Quanto al significato delle “Sonderaktionen”
cui partecipò il dott. Kremer, qui posso soltanto accennare allo scenario
generale in cui si collocavano.
Gli Ebrei che venivano deportati
ad Auschwitz nel quadro dell'evacuazione nei territori orientali occupati (cioè
i cosiddetti trasporti RSHA), arrivati al campo, subivano una selezione: gli
abili al lavoro venivano immatricolati, gli inabili proseguivano il loro
viaggio verso l'Est. Ciò è detto esplicitamente nel rapporto di Oswald Pohl,
capo dell'Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS (SS-WVHA), a
Himmler del 16 settembre 1942:
«Gli Ebrei
abili al lavoro destinati alla migrazione verso l’Est interromperanno dunque il
loro viaggio e dovranno eseguire lavori nell’ambito degli armamenti».
(Die für die Ostwanderung bestimmten
arbeitsfähigen Juden werden also ihre Reise unterbrechen und
Rüstungsarbeiten leisten müssen”)[35].
La “
Ostwanderung” era appunto la deportazione ebraica all'Est.
Ad Auschwitz avvenivano selezioni
anche tra i detenuti immatricolati, ma non certo per le “camere a gas”. Ad
esempio, il 27 maggio 1943 l’SS-WVHA ordinò al comandante del campo di
Auschwitz di trasferire al KL Lublino (Majdanek) «800 detenuti malati di
malaria» (800 Malariakranke Häfltinge)[36].
Un documento successivo, il rapporto trimestrale del medico del campo di
Auschwitz datato 16 dicembre 1943, spiega che
tutti i malati di malaria nel 1943 furono trasferiti al campo di Lublino
perché esso si trovava in una zona priva di zanzara anofele[37].
Tra il gennaio e il marzo 1944 al campo di Lublino furono trasferiti circa
20.800 detenuti malati provenienti dai campi di Buchenwald, Flossenbürg,
Neuengamme, Ravensbrück e Sachsenhausen, tra i quali circa 2.700 invalidi da
Sachsenhausen e 300 ciechi da Flossenbürg[38].
Uno dei significati del termine “Sonderaktion”
era l’internamento di un trasporto ebraico e
tutte le operazioni di ricezione e di smistamento connesse. In questo contesto generale il
dott. Kremer partecipò a varie “azioni speciali”, inclusi i due tipi di
selezione esposte sopra.
Lublino si trova circa
Adriana Chiaia passa poi ad
occuparsi dell'intervista concessa da Faurisson nel
Non c'è proprio dubbio: costei,
nel campo storiografico, è rimasta indietro di qualche decennio.
Indi ella espone i suoi nobili
intenti:
«Nell’ambito di questo lavoro, mi limiterò a citare alcune risposte
di Faurisson al suo intervistatore confrontandole con fonti storiche
d’indiscutibile valore scientifico, allo scopo di metterle a disposizione dei
compagni e dei lettori (e sono la maggioranza) che, assillati dai gravi
problemi di lavoro e dalle sempre peggiori condizioni di vita, non hanno il
tempo per informarsi direttamente».
Indi
cita vari brani dell'intervista in questione - tra i quali questo: «I forni crematori costituivano
un progresso dal punto di vista sanitario nel caso di rischi di epidemie» - e osserva:
«Viene fatto di commentare, con
amara ironia, che, per ovviare a tale inquietudine, i nazisti provvidero alla
‘inumazione’ di migliaia di cadaveri, gettati nelle fosse, in determinate
circostanze (quando: “Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si
dovette ricorrere alle fucilazioni in massa…”) e nelle zone sovietiche
occupate: vedi, ad esempio, il burrone di Babij Jar, nelle vicinanze di Kiev,
dove per giorni e giorni funzionarono ininterrottamente le mitragliatrici, mentre
venivano ammucchiati, strato su strato, i cadaveri di almeno ventimila ebrei e
di persone di altre nazionalità».
Qui, a quanto pare, Adriana
Chiaia vuole opporre la pratica ad Auschwitz (anche) dell'inumazione a quella
(soltanto) della cremazione (ma a che scopo?). Come fonte (nota 10) ella cita “William L. Shirer, Storia del
Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962, pp. 1048-
«Perfino le camere a gas
risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa
secondo la tecnica degli Einsatzkommando. I corpi venivano semplicemente
buttati in fosse e bruciati, alcuni solo parzialmente, e una livellatrice vi
gettava sopra della terra»[40].
Dunque qui non si tratta di inumazione, ma delle
fantomatiche “fosse di cremazione”[41].
Per quanto riguarda la storiella delle “fucilazioni in
massa” quando le presunte camere a gas di Auschwitz “risultarono
insufficienti”, essa (tra i testimoni fondamentali, quelli che asserivano di
aver fatto parte del cosiddetto “Sonderkommando”) fu sostenuta soltanto da Miklos Nyiszli.
Secondo la storiografia olocaustica attuale (non quella di quarant'anni
fa), l'eccedente delle presunte vittime che, nell'estate del 1944, non trovava
posto nei crematori di Birkenau, fu gasata nel cosiddetto “Bunker
Infine, l'unica prova
materiale della fucilazione di “almeno ventimila” vittime a Babi Jar è una fotografia sovietica
che mostra “Resti di scarpe e di vestiti di cittadini sovietici fucilati dai
Tedeschi”![42].
Adriana Chiaia continua poi la sua “confutazione”:
«Sulle ditte fornitrici del gas
Zyklon (o Ciclon [quando mai! C.M.][43]) B (in
quantità industriale) e sulle ditte specializzate nella costruzione di forni
crematori e delle relative attrezzature (ascensori, carrelli trasportatori di
cadaveri) esiste la documentazione incontrovertibile degli originali delle
relative offerte, ordinazioni e fatture.
Per non parlare della
responsabilità dei banchieri, che erano a conoscenza dell’origine degli oggetti
di valore sottratti ai deportati (persino le protesi dentarie d’oro strappate
ai cadaveri!), vero e proprio bottino di guerra che veniva depositato nelle
banche, come risultò nel processo di Norimberga».
Sul primo punto ripeto ciò che ho già rilevato
altrove[44]. Poiché lo Zyklon B fu usato
notoriamente in tutti i campi di concentramento tedeschi a scopo di
disinfestazione, come si potrebbe dedurre dalle ordinazioni di questo
insetticida che esso fu usato a scopo omicida? Ad esempio, Kurt Gerstein esibì
dodici fatture della Degesch a suo nome relative alla fornitura di
Per il secondo punto Adriana
Chiaia (nota 11) rimanda di nuovo al libro di Shirer menzionato
sopra. Qui si tratta di una rapina sistematica e su vasta scala effettuata su
persone vive (all'arrivo di un convoglio ebraico a Birkenau, i deportati
dovevano abbandonare i loro averi sulla cosiddetta rampa, che essi venissero
immatricolati o inviati senza immatricolazione nel “campo di transito” o
gasati. Ciò non prova affatto uno sterminio effettuato in camere a gas.
Veniamo alla questione delle “protesi dentarie d’oro
strappate ai cadaveri”.
Nei
crematori di Birkenau esisteva una “Häftlingszahnstation des K.L. Auschwitz”
(laboratorio dentistico dei detenuti) la quale provvedeva alla rimozione dei denti
d’oro dalla bocca dei cadaveri prima della cremazione. Per ogni cadavere veniva
redatto un rapporto alla Sezione Politica del campo nel quale veniva indicato
il numero di matricola del detenuto, il numero e il tipo di metallo dei denti
estratti[45].
Negli archivi del Museo di Auschwitz sono conservati numerosi rapporti dai
quali risulta che, dal 16 maggio al 10 dicembre
Dunque
neppure l'oro dentario dei cadaveri dimostra uno sterminio in camere a gas.
Ed ecco
l'incredibile commento di Adriana Chiaia:
«Incurante di queste prove ineccepibili,
il Faurisson spende pagine e pagine per dimostrare l’impossibilità ‘tecnica’
dell’uso delle camere a gas».
Le “prove ineccepibili” sarebbero gli argomenti insulsi che
ho discusso sopra!
Ella continua:
«Uno dei suoi argomenti è il
pericolo mortale cui sarebbero stati esposti i guardiani dei campi
nell’estrarre dalle camere a gas i cadaveri intrisi della sostanza velenosa. E
qui arriva a falsificare la testimonianza di Höss, uno dei comandanti del campo
di Auschwitz, quando sostiene, nella suddetta intervista, che, secondo le
testimonianze dei nazisti, “la squadra incaricata di ritirare i cadaveri dalle
‘camere a gas’ penetrava nel locale sia “immediatamente” sia “poco dopo” la
morte delle vittime. “Io dico – sentenzia Faurisson – che questo punto da solo
costituisce la pietra di paragone delle false testimonianze, perché vi è qui
impossibilità fisica”. Höss invece spiegò davanti ai giudici, con l’abituale
cinismo e con teutonica precisione, che “dopo venti o trenta minuti quando il
grande ammasso di carne nuda aveva cessato di contorcersi, delle pompe
aspiravano l’aria avvelenata, la grossa porta veniva aperta e gli uomini del
Sonderkommando intervenivano (si trattava di ebrei ai quali era stata promessa
salva la vita e un vitto adeguato in cambio dei più macabri tra tutti i lavori.
Immancabilmente e regolarmente costoro venivano poi eliminati e sostituiti da
nuove squadre cui era riservato lo stesso destino. Le SS non volevano che
sopravvivessero persone che potessero parlare). Protetti da maschere antigas e
da stivali di gomma e maneggiando tubi di gomma iniziavano la loro opera.
Reitlinger l’ha così descritta: ‘Il loro primo compito era togliere il sangue e
gli escrementi prima di staccare, mediante lacci e uncini, i morti aggrappati
gli uni agli altri, preludio alla macabra ricerca dell’oro, all’estrazione dei
denti e al taglio dei capelli, gli uni e gli altri essendo considerati dai
tedeschi materiali di importanza bellica. Poi il trasporto ai forni, in
ascensore o in vagoncini su binari, la macina dei resti fino a ridurli in
cenere fine, l’autocarro che portava queste ceneri nelle acque del fiume
Sola’”».(12)
Qui emerge tutto il dilettantismo
di Adriana Chiaia. Procediamo con ordine.
Il testo di Faurisson si
riferisce alle testimonianze in generale, non specificamente alle “testimonianze dei nazisti”:
«Terminerò con
quello che chiamerei il criterio della falsa testimonianza per ciò che concerne
le “camere a gas”. Ho rilevato che tutte queste testimonianze per vaghe o
discordi che siano sul resto, s'accordano almeno su un punto: la squadra
incaricata di ritirare i cadaveri dalla “camera a gas” penetrava nel locale sia
“immediatamente” sia “poco dopo” la morte delle vittime. Io dico che questo
punto da solo costituisce la pietra di paragone delle false testimonianze,
perchè vi è qui un'impossibilità fisica totale. Se incontrate qualcuno che
crede alla realtà delle “camere a gas” domandategli come, secondo lui, vi si
potevano estrarre i cadaveri per far posto all'infornata successiva»[47].
Adriana Chiaia finge invece che Faurisson si riferisca in
generale alle “testimonianze dei nazisti” e in particolare alle
dichiarazioni di Höss, sulle quali invece Faurisson ha rilevato quanto segue:
«R. Höss
scrive: “Una mezz'ora dopo aver lanciato il gas si apriva la porta e si metteva
in funzione l'apparecchio di ventilazione. Si cominciava immediatamente a
estrarre i cadaveri”. Richiamo la vostra attenzione sulla parola
“immediatamente”; in tedesco “sofort”. R. Höss aggiunge che la squadra
incaricata di estrarre 2000 cadaveri dalla “camera a gas” e di manipolarli fino
ai forni crematori faceva questo lavoro “mangiando e fumando”. Dunque, se ben
comprendo, senza portare maschera antigas. Questa descrizione è un'offesa al
buon senso perchè implica la possibilità di entrare senza precauzione alcuna in
un locale saturo di acido cianidrico per manipolarvi (a mani nude?) 2000
cadaveri cianidrizzati sui quali è probabile vi siano resti del gas letale. Del
gas deve indubbiamente restare sui capelli (che pare venissero rasati dopo
l'operazione), nelle mucose e anche tra i cadaveri ammucchiati. Qual è quel
ventilatore superpotente capace di far sparire istantaneamente una tale
quantità di gas fluttuante nell'aria o sedimentato un po' ovunque? Anche se un
tale ventilatore esistesse, sarebbe comunque necessario un test che, segnalando
alla squadra la sparizione dell'acido cianidrico, la avverta che il ventilatore
ha effettivamente compiuto il suo lavoro e che conseguentemente la via è
libera. Ora, è evidente che nella descrizione di Höss abbiamo a che fare con un
ventilatore magico che agisce istantaneamente e con una tale perfezione da non
lasciare adito né a timori né a verifiche. Ciò che il semplice buon senso ci
suggerisce è pienamente confermato dai documenti tecnici afferenti allo Zyklon
B e al suo impiego»[48].
L'argomento di Faurisson in
relazione a Höss è questo, ma Adriana Chiaia non l'ha neppure sfiorato.
L'accusa che qui Faurisson “arriva a falsificare la
testimonianza di Höss” è ridicola non solo nel contenuto, ma anche nella forma.
In effetti Adriana Chiaia non conosce affatto “la testimonianza di Höss”: ciò
che riporta come tale, non è altro che una parafrasi di Shirer[49] di un riassunto
di Reitlinger delle dichiarazioni di Nyiszli e di Höss![50] Höss infatti ha scritto:
«Dopo una mezz'ora dal momento
dell'immissione del gas, si aprivano le porte e si azionavano gli apparecchi
per la ventilazione. Quindi si cominciava subito (sofort) a portare
fuori i cadaveri»[51].
I detenuti addetti alle presunte camere a gas «mentre trascinavano
i cadaveri, mangiavano o fumavano»[52],
esattamente ciò che ha scritto Faurisson.
Dunque chi “arriva a falsificare” non è
Faurisson, ma Adriana Chiaia.
Aggiungo che le parole di Höss
summenzionate non furono pronunciate dall'ex comandante di Auschwitz “davanti ai giudici”, ma nel
carcere di Cracovia, nel novembre 1946, vari mesi prima della celebrazione del
processo (11-29 marzo 1947).
Adriana Chiaia passa poi ad
occuparsi di un «tema più
generale su cui si basa la concezione ‘teorica’ di Faurisson riguardo al
‘problema’ ebraico», che, appunto per
questo, ha ben poco a che vedere con la questione concreta del presunto
sterminio ebraico. Mi limiterò a segnalare solo qualche punto degno di nota.
La minaccia dello “sterminio (Vernichtung) della
razza ebraica in Europa” da parte di Hitler nel discorso al Reichstag
del 30 gennaio 1939, come scrisse trent'anni fa lo storico ebreo Joseph
Billig, non implicava neppure
l'intenzione deliberata di un atto reale:
«Il termine “Vernichtung» (annientamento, distruzione) indicava la volontà
assolutamente negativa riguardo alla presenza ebraica nel Reich. In quanto assoluta, questa volontà si annunciava come
pronta, se fosse stato necessario, a tutti gli estremi. Il termine in questione
non significava che si era già arrivati allo sterminio e neppure l’intenzione
deliberata di arrivarvi. Alcuni giorni prima del discorso citato [il discorso del 30 gennaio 1939], Hitler riceveva il ministro degli
Esteri della Cecoslovacchia. Egli rimproverava al suo ospite la mancanza di
energia del governo di Praga nei suoi sforzi di intesa con il Reich e gli raccomandava, in
particolare, un’azione energica contro gli Ebrei. A questo proposito, egli
dichiarò a titolo di esempio: “Presso di noi, vengono sterminati» (bei uns werden vernichtet). Bisogna
credere che Hitler, nel corso di una conversazione diplomatica messa per
iscritto negli archivi del Ministero degli affari esteri abbia fatto la
confidenza di un massacro nel III Reich,
il che, per di più, non era esatto a quell’epoca? Due anni dopo, il 30 gennaio
1941, Hitler rievocò la sua “profezia” del 1939. Ma, questa volta, ne precisò
il senso come segue: “… e non voglio dimenticare l’indicazione che ho già data
una volta davanti al Reichstag, cioè
che se il resto del mondo (andere Welt)
sarà precipitato in una guerra, il Giudaismo avrà terminato completamente il
suo ruolo in Europa…”. Nella sua conversazione con il Ministro cecoslovacco,
Hitler evocò l’Inghilterra e gli Stati Uniti, che, secondo lui, potevano
offrire delle regioni di insediamento agli Ebrei. Nel gennaio 1941 egli indica
che il ruolo degli Ebrei in Europa sarà liquidato e aggiunge che questa
prospettiva si realizzerà, perché gli altri popoli ne comprenderanno la necessità
presso di loro. In quest’epoca si credeva alla creazione di una riserva
ebraica. Ma essa per Hitler era ammissibile soltanto fuori d’Europa. Abbiamo
appena rilevato che il 30 gennaio 1941 Hitler annunciò semplicemente la
liquidazione del ruolo degli Ebrei in Europa»[53]
e questo è anche il significato del termine “Vernichtung”
nel discorso del 30
gennaio 1939.
Sulla conferenza di Wannsee
Adriana Chiaia scrive:
«“Il 20 gennaio 1942 Heydrich
chiarì a un consesso di alti funzionari delle SS gli obiettivi della Endlösung
nei confronti di 11 milioni di ebrei d’Europa (…):
ossia il loro trasferimento in massa verso l’oriente russo e il loro impiego
come manodopera per conto del Terzo Reich. Ciò significava semplicemente che
erano state finalmente scelte le modalità pratiche per l’eliminazione degli
ebrei, ossia l’annientamento mediante il lavoro”».
Qui Adriana Chiaia cita nientemeno che Enzo Collotti, il
quale presentava il “protocollo di Wannsee” come «un altro documento esibito al processo di
Norimberga»[54],
mentre esso fu prodotto al processo della Wilhelmstrasse (6 gennaio 1948-11
aprile 1949) come documento NG-2586. Purtroppo la sua fonte, il libro di Léon
Poliakov e Josef Wulf “Das Dritte
Reich und die Juden”[55], non lo
aveva specificato e il nostro specialista del nazionalsocialismo tirò a
indovinare.
Chiudo questo argomento con una nota comica. Adriana Chiaia
scrive:
«Per il testo integrale del
Protocollo di Wannsee e per l’elenco dettagliato dei partecipanti alla seduta
(resoconto indicato con timbro: ‘Affare segreto’ del Reich) rimando alla nota
17».
La nota 17 si riferisce alle pp. 257-258 del libro di
Walther Hofer citato sopra. Ma qui c'è soltanto un breve estratto del
protocollo in questione, non già il suo testo “integrale”, che Adriana Chiaia
non ha mai visto, né in originale né in traduzione. Per sua informazione, il
testo integrale e originale del documento in questione si trova nel libro du
Robert M.W. Kempner “Eichmann und Komplizen”[56].
Ancora un esempio della crassa ignoranza storica di Adriana
Chiaia. In riferimento alla famosa fotografia del bambino con le braccia alzate
nel ghetto di Varsavia, ella scrive:
«Secondo Faurisson, non si
trattava di deportazione, ma di una semplice misura di sicurezza “in occasione dell’arrivo
a Varsavia di una importantissima personalità tedesca”. E non basta, secondo le
assai discutibili fonti del ‘professore dell’Università di Lione’ – come indica
rispettosamente la nota redazionale – il ragazzo della foto, portato in un
posto di polizia fu in seguito rilasciato; non fu ucciso e divenne un
ricchissimo banchiere londinese [!]».
Nel 1978 un “London business man” si mise in contatto con
la rivista The Jewish Chronicle asserendo che il bambino in questione
era lui e che la fotografia era stata scattata nel 1941[57].
Faurisson si limitò a riferire questa notizia.
Poi Adriana Chiaia ritorna molto maldestramente su Höss,
scrivendo:
«Bisogna aggiungere che le
‘teorie’ di Faurisson, di cui abbiamo dato solo alcuni esempi, costituiscono un
monumento alla menzogna da un lato e all’omissione dall’altro.
Faurisson, che si fa in quattro per dimostrare l’inesistenza delle camere a
gas, ignora o finge di ignorare che ci furono altre forme di gassazione: quelle
con l’impiego delle esalazioni di monossido di carbonio o dei gas di scarico
dei motori dei camion trasformati in furgoni a chiusura ermetica, dove venivano
ammassate le vittime. Il sadico comandante del campo di Auschwitz, Höss, ne
parlò diffusamente nel corso del processo di Norimberga. Con cinico orgoglio
professionale disse: “La ‘soluzione finale’ del problema ebraico significava il
completo sterminio di tutti gli ebrei d’Europa. Mi fu dato l’ordine, nel giugno
del 1941, di creare, ad Auschwitz, installazioni per lo sterminio. A quel tempo
nel
Governatorato generale della Polonia esistevano già altri campi di sterminio:
Belzec, Treblinka e Wolzek (…). Feci una visita a quello di Treblinka per
vedere come si procedeva allo sterminio. Il comandante del campo di Treblinka
mi disse di aver liquidato 80.000 persone nel corso di un semestre. (…) Egli
usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi metodi fossero molto
efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i locali per lo sterminio
usai il ciclon B, acido prussico in cristalli che veniva fatto cadere nelle
camere della morte da una piccola apertura…”».
La
fonte (nota 18) è il solito Shirer.
Adriana Chiaia non è riuscita a capire neppure il riferimento da lui addotto[58].
Si tratta infatti della dichiarazione giurata di Höss del 5 aprile 1946
(documento PS-3868), che non ha nulla a che fare con le sue succesive
dichiarazioni «nel
corso del processo di Norimberga», cioè all'udienza del 15 aprile 1946.
La citazione di questo documento da parte di olo-storici e
di olo-propagandisti è un monumento alla malafede e all'ignoranza. Come è noto,
nel giugno 1941 nel Governatorato generale non esisteva nessun presunto campo
di sterminio: Belzec fu aperto nel marzo 1942, Treblinka in luglio e Wolzek non
è mai esistito. E poiché la pretesa attività omicida con Zyklon B
introdotta da Höss nel crematorio I di Auschwitz dopo la sua presunta visita a
Treblinka sarebbe iniziata, secondo D. Czech, il 16 settembre 1941[59],
la visita di Höss a Treblinka si collocherebbe in un periodo anteriore a questa
data. Dunque Höss avrebbe avuto il miracoloso privilegio di visitare Treblinka
tredici mesi prima che fosse aperto! Non solo, ma nei sei mesi precedenti, vi
sarebbero state gasate 80.000 persone!
Come si vede, l'attendibilità di
questa testimonianza è assoluta![60]
Lascio per ultimo il testo che
Adriana Chiaia dedica a me personalemnte (quale onore!):
«Per fare un esempio, restando
nell’ambito del nostro argomento, ‘navigando’ in quella discarica, ci si può
imbattere nel sito di un certo Carlo Mattogno, che si autodefinisce ‘l’unico
negazionista italiano’ e, pertanto, senz’ombra di modestia, sostiene che il
disegno di legge Mastella sia stato fatto appositamente contro di lui. Questo
signore, per non essere da meno dei suoi colleghi stranieri, dei quali peraltro
ripete ossessivamente le note tesi, mette in discussione le finalità e
l’esistenza di un forno crematorio nella Risiera di San Sabba, unico campo di
sterminio sul territorio italiano (gli altri, di Fossoli e di Borgo S.
Dalmazzo, furono concepiti come campi di raccolta di prigionieri da deportare
nei lager nazisti). Nella Risiera di San Sabba, definita dallo storico
triestino, Elio Apih, “un microcosmo delle forme e dei modi della politica
nazista di repressione e di sterminio…”, furono trucidati migliaia di
antifascisti italiani, sloveni, croati e jugoslavi e di ebrei deportati per
motivi razziali. I loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio
appositamente costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua
ubicazione, per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è
suffragata da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità
e notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole
motivazioni ‘tecniche’. C’è da sottolineare che la maggior parte dei suoi studi
è pubblicata da case editrici e da riviste d’ispirazione fascista e nazista,
come: Sentinella d’Italia, Avanguardia, L’uomo libero e Orion, a riprova di
quanto sia sottile la linea di confine tra negazionismo e fascismo».
Rilevo anzitutto che è piuttosto improbabile imbattersi in
un mio sito, dato che non ho alcun sito; Adriana Chiaia voleva dire che i miei
scritti sono ospitati in vari siti revisionistici.
L'affermazione secondo la quale mi autodefinirei “l’unico
negazionista italiano” - si noti, tra virgolette - è assurda già per il fatto
che rifiuto la sciocca etichetta di “negazionista”.
All'inizio ho stigmatizzato la lettura ipocrita - da parte degli
olo-propagandisti - del mio articolo sul disegno di legge Mastella. Qui è il
caso di approfondire un po' la questione. In questo scritto ho affermato:
«Senza falsa modestia e senza
presunzione, il revisionismo storico in Italia sono io, Carlo Mattogno, perciò
questo disegno di legge è diretto contro di me»[61].
Come ho ricordato sopra, in quest'articolo ho elencato
tutti i miei scritti pubblicati fino ad ora, che abbracciano più di 4.700
pagine. Nessuno storico revisionista, né in Italia, né nel mondo, ha al suo
attivo una produzione letteraria simile: è dunque “immodestia” da parte mia
pensare che il disegno di legge Mastella fosse diretto contro di me? E se è
così, allora, di grazia, contro chi era diretto?
La trita accusa di Adriana Chiaia secondo la quale ripeterei «ossessivamente le note tesi» è
fin troppo palesemente falsa. Nell'articolo in questione ho anche elencato gli
archivi tedeschi, polacchi, cechi, slovacchi, olandesi, bielorussi, russi,
lituani, ungheresi, ucraini, inglesi, francesi, svizzeri, statunitensi,
israeliani, svedesi dai quali proviene la mia documentezione: che senso avrebbe
per me ripetere più o meno “ossessivamente” tesi altrui? Eventualemente sono
gli altri che ripetono le mie tesi.
Invece la scelta dell'oggetto della sua “confutazione” è
frutto di deliberata malafede: 4 pagine di un mio opuscolo del 1985(!) sulle
oltre 4.700 pagine dei miei scritti: una “critica” davvero demolitrice!
E questa è la gente che va blaterando che sostenere le tesi
revisionistiche è come sostenere il sistema tolemaico o la piattezza della
terra!
Nel caso specifico, sottoscrivo tutto ciò che ho scritto
riguardo al presunto “forno crematorio” della Risiera, e potrei anche
approfondire ulteriormente, se ne valesse la pena. Mi limito invece a riportare
il testo del 1985 e ad aggiungere qualche considerazione supplementare. Rilevo
che Adriana Chiaia non cita né il titolo dell'opuscolo, né il sito in cui esso
appare, sebbene sia lo stesso in cui ha trovato l'intervista a Storia
Illustrata di Faurisson[62].
Il motivo del suo silenzio è facilmente comprensibile: voleva
evitare che qualche lettore curioso andasse a ficcare il naso in questo scritto
e scoprisse che i miei argomenti non sono propriamente «stravaganti illazioni e
ridicole motivazioni “tecniche”».
Premetto che l'opuscolo in questione è una sorta di recensione
del libro di Ferruccio Fölkel “
Prima di riportare il paragrafo relativo al “forno
crematorio”, rilevo ancora che la logica olocaustica di Adriana Chiaia è
veramente insondabile: il paragrafo precedente del mio opuscolo si occupa
infatti della presunta “camera a gas” della Risiera, che contesto in modo
radicale. Ma Adriana Chiaia si indigna per la mia “negazione” del “forno
crematorio”: devo desumere che anche lei “nega” la “camera a gas”?
Ecco dunque ciò che ho scritto nel 1985:
«Forno
crematorio
Anche
riguardo al “forno crematorio” il Fölkel fornisce informazioni esigue e
contraddittorie.
“Il crematorio
era stato predisposto sotto il livello del terreno e, a detta dell'architetto
Boico, era lungo
Esso era
attiguo alla “camera a gas”:
“Da questo
garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio
mobile” (p. 26).
Il testimone
Gley fornisce la seguente descrizione:
“Sapevo che
nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di cremazione. Questo impianto è
stato costruito da Lambert, come la maggior parte degli altri dello stesso
genere nei campi di sterminio e negli istituti per l'eutanasia. Quale camino
era stata adoperata una ciminiera già esistente nella Risiera. Degli altri
particolari tecnici dell'impianto ho solo una vaga idea. Ai piedi del camino
c'era un forno aperto di mattoni, della grandezza di circa m. 2 x 2, che aveva
una grande graticola di acciaio. Secondo una mia valutazione, di volta in volta
potevano essere messe nel forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano aperti.
Non c'era una porta di ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al
suo scopo grazie all'alto camino. C'era un
forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in un capannone nella
parete di fronte” (p. 29).
Riguardo al
crematorio, questo è tutto.
Osservazioni
Anzitutto una precisazione.
L'espressione “forno crematorio” non deve trarre in inganno: l'istallazione
descritta non era un forno crematorio vero e proprio, come quelli che si
trovavano nei campi di concentramento tedeschi, ma un semplice rogo.
Le
dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono chiaramente
contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 x 15 (=
Il Fölkel fa
risaltare ancora di più la contraddizione commentando così la dichiarazione del
testimone Gley:
“In realtà il
forno era posto sotto il livello del terreno, era cioè interrato ed era lungo,
come ha riferito anche l'architetto Boico, circa
Tale commento
è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno si trovava in un locale
sotterraneo? Oppure che era costituito da una semplice fossa? Ritorneremo tra
breve sulla questione.
Le
testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la cosa. Come si è
visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che “il forno era istallato nel luogo
adibito a garage” (p. 168), il quale, secondo il Fölkel, era invece la “camera
a gas”!
Francesco
Sircelj asserisce che il forno era situato in una baracca:
“All'interno
infatti la baracca era divisa in due parti. Nell'ambiente più grande c'era una
specie di magazzino, nell'altro, al lato, dove all'esterno si ergeva l'alto
camino della fabbrica, si trovava invece il forno del crematorio” (p. 177).
Gottardo
Milani fornisce una descrizione più o meno simile:
“Poi ho visto
una SS - dicevano che fosse un ucraino - che nel reparto più piccolo del
capannone, dove c'era il forno crematorio, tagliava con una mannaia i cadaveri”
(p. 177).
C'era dunque
un locale, in una “baracca” o in un “capannone”, diviso in due parti: in quella
più grande era sistemato un magazzino, in quella più piccola si trovava il
forno.
La piantina
della Risiera durante l'occupazione nazista presentata fuori testo dal Fölkel
genera una confusione ancora maggiore. Dalla scala risulta che il “forno
crematorio” (locale E) misurava all'incirca metri 10,5 x 9,5 ed aveva perciò
una superficie di circa
Per quanto
concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, è assolutamente ridicolo che
esso fosse stato costruito in un locale sotterraneo, senza contare che, in tale
assurda eventualità, quand'anche fosse stato distrutto coll'esplosivo,
sarebbero rimasti dei resti ben visibili: un locale sotterraneo di
“Oggi non
sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino - mi ha spiegato l'architetto
Boico” (p. 143).
Anche una
fossa di cremazione di
Dunque il
forno non era situato né in un locale sotterraneo né in una fossa. Dov'era
allora? Evidentemente in superficie. Ma collocare un forno di tal fatta, cioè
un rogo, in una baracca o in un capannone accanto a un magazzino era certamente
il modo migliore per far incendiare tutta
Bisogna
inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur avendo una superficie
di incinerazione di
Un altro
problema è quello relativo alla evacuazione del furno. Dalla piantina
precedentemente menzionata risulta che il “forno crematorio” era collegato al
“camino” (la ciminiera della fabbrica) da un condotto lungo circa nove metri e
mezzo. Come poteva essere evacuato il furno senza un potente impianto di
tiraggio?
Conclusione
Del crematorio
non si sa con certezza neppure dove fosse istallato. Una cosa sola è certa:
esso non poteva avere, se mai è esistito, le dimensioni, la capacità di
cremazione e la collocazione indicate dall'architetto Boico»[64].
Ed ecco la “confutazione” di Adriana Chiaia:
«... I loro cadaveri furono bruciati nel forno
crematorio appositamente costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile
per la sua ubicazione, per la possibilità di verificarne le strutture; la sua
funzione è suffragata da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di
visibilità e notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e
ridicole motivazioni ‘tecniche’».
Se qui c'è una “verità incontrovertibile”, è proprio l'assoluta impossibilità di verificare
l'ubicazione o la struttura del presunto forno, perché, come dice Ferruccio
Fölkel,
«il forno crematorio, il famoso garage
e la ciminiera, sono stati fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il
29 e il 30 aprile 1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba»[65],
e ancora:
«Oberhauser ha fatto saltare in
aria il camino, il garage, il crematorio la notte fra il 29 e il 30 di aprile.
Verso le due, le tre del mattino. Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente
sorgeva il camino - mi ha spiegato l'architetto Boico»[66].
Dunque le affermazioni di Adriana Chiaia, le sue “mille
prove”, sono semplici frottole.
La sentenza del processo per
«Un dato processualmente certo è
l'esistenza del forno crematorio nel lager di San Sabba».
Questa “certezza” si basa però esclusivamente su
testimonianze (cinque), la più importante delle quali è quella del Gley citata
sopra[67]: nessun
documento, nessun riscontro materiale. Questo sarà pure un dato certo processualmente,
ma storicamente non vale nulla.
Nella citazione riportata sopra ho parlato di “rogo”, ma
anche questo termine è improprio. L'impianto descritto dal Gley è infatti una
specie di barbecue gigante: per
trovare un impianto simile nella storia della cremazione, bisogna risalire al
1873, quando Lodovico Brunetti sperimentò un apparato di cremazione basato
sullo stesso principio (unica differenza: una lamina di ferro al posto della
griglia). La cremazione di un cadavere richiedeva circa 6 ore[68]. Ma da allora, soprattutto in
Germania, la tecnologia della cremazione qualche passo avanti l'aveva fatto.
Se alla Risiera c'era proprio bisogno di un vero forno
crematorio, bastava inviarvi per ferrovia un forno crematorio mobile riscaldato
con nafta, come quello che appare nell'illustrazione. Impianti simili si
trovavano infatti in vari campi di concentramento.
Alla presunta «riprova di quanto sia sottile la linea di
confine tra negazionismo e fascismo» non vale neppure la pena di rispondere.
Chiudo con una risposta a Francesco Rotondi che vale per
tutti gli altri olo-dilettanti. Egli si chiede:
«Mi stupisce invece che colui che si autoproclama “senza
falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia” si
prenda la briga di pubblicare prima un libro di 80 pagine quindi un altro
scritto di 103 pagine corredato da ben 89 note al solo scopo di rispondere al
phamphlet di un oscuro dilettante»[69],
come si autoproclama giustamente Rotondi, che ho messo a
tacere definitivamente con lo scritto Ritorno dalla luna di miele ad
Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti
dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo
Mattogno” di Francesco Rotondi, 2007[70].
La domanda è pertinente: perché perdo tempo (molto meno di
quanto si possa credere, per la verità) con questa gente?
Per il piacere di smascherare le loro imposture. E anche perché
non mi piace essere denigrato da questi critici improvvisati. Infine perché,
dopo il defilamento degli storici, sono questi olo-dilettanti - i Germinario, le Pisanty, i Vianelli, i
Rotondi, le Chiaie ecc. ecc. - che alimentano l'immagine parodistica del
“negazionismo”, e questo è un motivo più che sufficiente per occuparsi dei loro
olo-spropositi.
Carlo Mattogno.
Agosto 2007.
Forno
crematorio mobile Hans Kori riscaldato con nafta da me fotografato nel 1997.
© Carlo Mattogno.

[1] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.
[2]
Idem.
[3] In: http://www.politicaonline.net/percorsi/negazionismo.htm.
[4] Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989.
[5] Questo termine, insieme alle denominazioni di “casetta bianca” e “casetta rossa”, furono creati durante le indagini del giudice istruttore Jan Sehn ad Auschwitz.
[6] Auschwitz. 27 gennaio 1945 - 27 gennaio
2005: sessant'anni
di propaganda. Genesi, sviluppo e declino della menzogna propagandistica delle camere
a gas
[Testo del 2005 riveduto, corretto e aggiornato], p. 28.
In: http://www.aaargh.com.mx/ital/archimatto/CMausch45.pdf.
Gennaio 2007.
[7] F. Piper, Die
Vernichtungsmethoden, in: W. Długoborski, F. Piper (a cura di), Auschwitz
1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und
Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums
Auschwitz-Birkenau, Oświęcim, 1999, vol. III,
pp. 137-169.
[8]
D. Czech, Kalendarium
der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 206.
[9] Cz. Ostańkowicz, Isolierstation - “Letzter” Block, in: Hefte von Auschwitz. Verlag des Staatliches Auschwitz-Museums, n. 16, 1978, pp. 175-176.
[10] Stärkebuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK (Archivio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco - memoriale nazionale, Varsavia), NTN, 92, p. 94.
[11] Leichenhallenbuch.
Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK, NTN, 92, p. 140.
[12] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse
im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 206.
[13] In due soli registri appositi che si sono conservati e che coprono il periodo dal 10 settembre 1942 al 23 febbraio 1944 sono riportate 11.246 operazioni chirurgiche. Henryk Świebocki, Widerstand, in: Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz, op. cit., vol. IV, p. 330.
[14] Dott. Prof. Michele Giua e dott. Clara Giua-Lollini, Dizionario di chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1949, vol. II, p. 238.
[15] C. Mattogno, Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni. I Quaderni di Auschwitz, 3. Effepi, Genova, 2004, pp. 5-16.
[16] M. Kula, il testimone
fondamentale di D. Czech, l'11 giugno 1945 dichiarò al giudice istruttore Jan
Sehn: «Secondo le mie informazioni, la prima gasazione ebbe luogo la notte del
14-15 e il giorno del 15 agosto 1941 nei Bunker del Block 11. Ricordo con
esattezza questa data, perché essa coincise col primo anniversario del mio
arrivo al campo, e perché allora furono gasati i primi prigionieri di guerra russi».
(C. Mattogno, Auschwitz: la prima gasazione, op. cit., p. 84). Incurante
di ciò, D. Czech invece fece risalire il presunto evento al 3 settembre 1941!
[17] Auschwitz: la prima gasazione, op. cit., pp. 143-144.
[18] D. Czech,
Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau,
pubblicato in: Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Państwowego Muzeum
w Oświęcimiu, n. 2, 1959; 3, 1960; 4, 1961; 6,1962; 7 e 8, 1964.
[19] Hefte
von Auschwitz, 7, 1964, p. 91 e seguenti.
[20] G. Wellers, Essai de détermination du nombre de morts au camp d’Auschwitz, in: Le Monde Juif, ottobre-dicembre 1983, n.112, p. 147 e 153.
[21]
AGK, NTN, 88, p. 46.
[22] C. Mattogno, Il numero dei morti ad Auschwitz. Vecchie e nuove imposture. I quaderni di Auschwitz, n. 1. Effepi, Genova, 2004, p. 34.
[23] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 335.
[24]
Idem, pp. 335-336.
[25]
[26] Mémoire
en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire. La question des
chambres à gaz.
[27] R. J. van Pelt, The Case for
[28] Edizioni di Ar, Padova,
2001.
[29] C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, op. cit., p. 135.
[30] Idem, p. 136.
[31] Idem, pp. 138-141.
[32] Mémoire
en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire, op. cit.,
pp. 55-56.
[33] “Campo di sterminio” traduce il termine “Vernichtungslager”, che non appare in nessun documento tedesco, essendo una creazione della letteratura antifascista tedesca.
[34] C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, op. cit., pp. 106-107.
[35] Rapporto di Pohl a Himmler del 16 settembre 1942 con oggetto:“a) Rüstungsarbeiten. b) Bombenschäden”. Archivio Federale di Coblenza, NS 19/14, pp. 131-133.
[36] APMO (Archivio del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau), D-AuI-3a/283.
[37] GARF (Archivio di Stato della Federazione Russa, Mosca), 7121-108-32, p. 97.
[38]
Zofia Leszczyńska, Transporty więźniów do obozu na Majdanku
(Trasporti di detenuti al campo di Majdanek), in: Zeszyty Majdanka, IV,1969, pp. 206-207. Idem, Transporty i
stany liczbowe obozu (Trasporti e forza numerica), in: Tadeusz Mencel Ed., Majdanek 1941-1944. Wydawnictwo Lubelskie,
[39]
http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.
[40] W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich. Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1969, p. 1475.
[41] Vedi al riguardo il mio studio Auschwitz: Open Air Incinerations. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.
[42] Vedi
il mio studio Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005, p. 31
e documento
[43] Adriana Chiaia trae questo termine da Shirer, che, secondo il ben noto sproposito in auge nel dopoguerra, parla di «cristalli [!] di ciclon B». W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1475.
[44] Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, p. 28.
[45] APMO, D-AuI-5/1-1801.
[46] Protocollo di Jan Sehn del 14 agosto 1945. Processo Höss, tomo 3, pp. 84-86.
[47] Camere a gas Verità o
Menzogna? Intervista al Prof Faurisson. Storia Illustrata, Agosto
1979, in:
http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.
[48] Idem.
[49] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1473.
[50] G. Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli Ebrei d'Europa. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 183.
[51] Comandante ad Auschwitz.
Memoriale autobiografico di Rudolf Höss. Einaudi, Torino, 1985, p. 188.
Testo tedesco: Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen des
Rudolf Höss. A cura di Martin Broszat. Deutscher Taschenbuch Verlag,
Monaco, 1981, p. 171.
[52] Idem, p. 134. Testo tedesco, p. 130.
[53] Joseph Billig, La
solution finale de la question juive. Edité par Serge et Beate Klarsfeld, Parigi, 1977, p. 51.
Sul reale significato dei termini “Ausrottung” e “Vernichtung”
nei discorsi di Hitler vedi il mio studio già citato Negare
la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”,
pp. 88-93.
[54] Enzo
Collotti,
[55] Verlag-GMBH, Berlin-Grunewald, 1955.
[56] Europa-Verlag, Zürich-Stuttgart-Wien, 1961, fuori testo tra le pp. 132 e 148.
[57] A famous Holocaust Photo, in:
http://www.deathcamps.org/occupation/gunpoint.html.
[58] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1507, nota 58.
[59] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op.
cit., p. 122.
[60] Sui presunti stermini con
“esalazioni di monossido di carbonio o dei gas di scarico dei motori dei camion
trasformati in furgoni a chiusura ermetica” rimando ai seguenti studi:
- C. Mattogno, Bełżec nella propaganda,
nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi
Edizioni, Genova, 2006. 191 pp., 18 documenti.
- C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Theses &
Dissertations Press, Chicago, 2004. 365
pp., 24 documenti, 11 fotografie.
-
Pierre Marais, Les
camions à gaz en question.
Polémiques, Parigi, 1994.
[61] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.
[62]
[63] Mondadori, Milano, 1979.
[64]
[65] F.
Fölkel,
[66] Idem, p. 143.
[67] San Sabba. Istruttoria e processo per il Lager della Risiera. ANED-Ricerche. Mondadori, Milano, 1988, vol. II, pp. 307-308.
[68] G.Pini, La crémation en Italie et à l’étranger de 1774 jusqu’à nos jours. Ulrich Hoepli Editeur Libraire, Milano, 1885, p. 132.
[69] http://www.francorotondi.blogspot.com/
[70] http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.