LO SCONOSCIUTO OLOCAUSTO DELL’INDIA

Sulle cause dello sterminio per fame nella colonia inglese dell’India, 1942-1945

 

Di Wolfgang Pfitzner (1999)[1]

 

Lo sterminio per fame – scatenato da Stalin - che ebbe luogo in Ucraina all’inizio degli anni ’30, nel quale caddero vittime circa 7 milioni di persone, è un fatto ormai risaputo. E’ molto meno risaputo che l’Inghilterra applicò una politica analoga in Irlanda, per spezzare la volontà di indipendenza degli irlandesi. Ancora meno conosciute sono le conseguenze che la politica inglese di occupazione ebbe sulla condizione alimentare in India. Sebbene il subcontinente indiano aveva sempre sofferto a causa di carestie relativamente gravi, tali carestie non furono mai così devastanti come sotto l’occupazione inglese.

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Introduzione

 

La fame è sempre stata un compagno costante nella storia dell’India. Già nel Medioevo, l’India aveva sofferto a causa di molte carestie, provocate per la maggior parte dalla siccità. Un peggioramento decisamente più drastico, tuttavia, ebbe luogo con l’inizio del dominio coloniale inglese. Lo studioso indiano Mohiuddin Alamgir ha scritto al riguardo le seguenti parole:

“Durante il periodo coloniale l’India ha sofferto, a causa delle carestie, più frequentemente, più duramente, e su scala più vasta di quanto accadde nelle epoche precedenti.  […] E’ importante notare che la fame e la mortalità ebbero luogo anche quando c’era una struttura amministrativa uniforme e un sistema di comunicazioni assai superiore a quello in vigore, prima degli inglesi, in India sotto i mogol. Oltre agli abituali fattori climatici, risulta che la situazione già cattiva divenne addirittura peggiore in seguito alle manipolazioni dei prezzi da parte dei commercianti, all’inerzia del governo, come pure all’esportazione di cibo persino in tempi di penuria, accompagnate da un peggioramento progressivo dei guadagni, così come dalla situazione occupazionale dei braccianti e dei piccoli agricoltori.”[2]  

Le carestie più spaventose ebbero luogo nel Bengala nel 1770, all’epoca il granaio dell’India, quando circa un terzo della popolazione morì a causa della siccità: 10 milioni di persone! La compagnia britannica East India Company, che aveva occupato il paese cinque anni prima, era totalmente impreparata ad affrontare una tale situazione. Ma non tentò neppure di fornire il minimo aiuto degno di questo nome. I colonialisti inglesi evidentemente erano interessati soltanto a massimizzare il loro profitto attraverso il commercio e l’esportazione di cibo, la qual cosa, anche se non aveva provocato la carestia, la rese certo decisamente peggiore.[3]

Fino allo scioglimento della colonia inglese nel 1947, ebbero luogo qualcosa come trenta carestie[4]: alcune fonti ne menzionano addirittura circa 40, a seconda della definizione di carestia.[5] Di conseguenza il Bengala, che era stato il granaio dell’India, venne trasformato nell’ospizio per i poveri dell’Asia nel giro di soli due secoli.

Vi sono molte ragioni per questa politica coloniale catastrofica durata 182 anni, a causa della quale caddero vittime - rispetto a coloro che sarebbero morti in circostanze normali - innumerevoli milioni di indiani. All’inizio si trattò dello smantellamento del sistema sociale indiano tradizionale, nel quale i governatori e i proprietari terrieri ( in Indi zamindari) si prendevano cura dei loro sudditi nei momenti di bisogno, fornendo loro le razioni di cibo necessarie alla sopravvivenza. Gli inglesi sostituirono questo sistema sociale paternalistico con qualcosa che venne in seguito denunciato come “capitalismo di Manchester”: i proprietari terrieri dovevano pagare una tassa fissa all’autorità coloniale. La questione dei guadagni dai canoni d’affitto venne lasciata al “libero mercato”. Gli evasori fiscali vennero semplicemente ignorati; gli affittuari che non erano riusciti a far fronte ai propri impegni vennero sfrattati. In molti casi, i vecchi proprietari terrieri vennero trasformati in capitalisti rampanti. La conseguenza fu la distruzione dei mezzi di sostentamento di molti agricoltori e braccianti. Il ricco divenne più ricco e più spietato, il povero più povero e più indifeso.[6] Secondo l’ideologia del capitalismo di Manchester, ogni intervento delle autorità nell’economia veniva generalmente evitato. A dispetto di frequenti carestie, non venne attuato alcun intervento efficace, come ad esempio controlli dei prezzi, sussidi, misure di assistenza sociale, o acquisti e trasporti di cibo finanziati o sostenuti dal governo.[7]

La situazione si aggravò, specialmente con il volgere dal diciannovesimo al ventesimo secolo, a causa della crescita accelerata della popolazione, che portò ad un aumento degli agricoltori nullatenenti, come pure all’aumento dei canoni di affitto fino al 50% del valore del raccolto.[8]

 

Le cause dell’ultima tragedia coloniale indiana

 

L’ultima grande carestia nel Bengala sotto l’occupazione inglese ebbe luogo tra il 1942 e il 1945 (nella zona del Brahmaputra-Gange-Delta, oggi in parte appartenente all’India, in parte al Bangladesh). Oltre alle sfavorevoli condizioni sociali già descritte, si aggiunsero altri fattori, che alla fine provocarono la catastrofe. Il prof. Amartya Sen, che ha ricevuto il Premio Nobel per l’economia nel 1998, ha fatto propria la stravagante opinione che questa carestia fu fittizia perché fondamentalmente non vi sarebbe stata penuria di cibo,[9] una presa di posizione che gli ha procurato una forte opposizione, a dir poco.[10] La discussione derivata dalla contorta teoria di Sen ha rafforzato la teoria che la mancanza di cibo è la causa principale delle carestie.[11]

La letteratura specializzata ha elencato le seguenti cause di questa catastrofe, durante la quale persero la vita dai quattro ai cinque milioni di persone:[12]

  1. Dal 1940, tutte le riforme costituzionali proposte vennero rinviate per mettere l’India totalmente al servizio degli sforzi di guerra contro la Germania. Di conseguenza, il Partito del Congresso, il più grande partito nazionale indiano (quello di Gandhi) revocò la propria collaborazione con il governo, cosa che portò a notevoli tensioni politiche interne. A causa della situazione socialmente tesa, sorsero ripetutamente violenti conflitti tra le autorità coloniali e combattenti indipendentisti. Poiché il Golfo del Bengala era visto come uno luoghi possibili per un’invasione giapponese, gli inglesi consideravano inaccettabile un forte movimento d’indipendenza, e perciò misero in atto un’azione di polizia militare nell’Ottobre del 1942, durante la quale vennero distrutti 193 sedi di partito ed edifici del Partito del Congresso e innumerevoli persone vennero arrestate. Tra l’Agosto del 1942 e il Febbraio del 1943, vennero fucilate dalla polizia inglese 43 persone. Inoltre, le truppe inglesi furono coinvolte, tra le altre cose, in un numero imprecisato di stupri e di furti di derrate alimentari.
  2. Nel Maggio del 1942, la colonia inglese di Burna, che fino ad allora aveva esportato cibo in India, cadde in mano giapponese.
  3. Nell’estate del 1941, la Gran Bretagna perse il controllo del Golfo del Bengala per circa un anno, cosa che portò al crollo di tutto il traffico marino civile. L’esportazione del principale prodotto del Bengala - la juta – per via di mare, divenne impossibile come l’importazione di cibo.
  4. Il Bengala subì il sovraffollamento sia di rifugiati che di soldati in ritirata da varie colonie inglesi che erano state occupate dai giapponesi. Soltanto nel Marzo del 1942, arrivarono ogni giorno a Calcutta e a Chittagong dalle 2.000 alle 3.000 persone, tra soldati e civili, e nel mese di Maggio ne venne contato un totale di 300.000. Poiché queste persone non potevano essere tutte alloggiate nelle città, vennero eretti dei campi di accoglienza provvisori nelle campagne, in attesa di trasportare i nuovi venuti verso l’interno. Nel frattempo, ne morirono migliaia a causa della malaria e del colera. In seguito poi ai massicci acquisti di cibo, effettuati dal governo, i prezzi nelle campagne salirono alle stelle.
  5. Aspettando lo sbarco giapponese nel Golfo del Bengala, le autorità inglesi di occupazione emanarono il cosiddetto “Boat-Denial Scheme” [Programma di rifiuto delle imbarcazioni], che portò alla confisca di tutte le barche e le navi che potevano ospitare più di 10 persone. Questo provvedimento portò alla confisca di non meno di 66.500 imbarcazioni. Di conseguenza, il sistema di navigazione interno crollò completamente. La pesca divenne praticamente impossibile, e molti coltivatori di riso e juta non poterono più spedire le loro merci. L’economia finì per crollare completamente, specialmente nel delta inferiore del Gange.
  6. La requisizione di terreni a causa delle fortificazioni e delle costruzioni militari (piste d’atterraggio per aerei, campi per militari e per rifugiati) portò all’espulsione dalla loro terra di un numero di persone compreso tra le 150.000 e le 180.000 unità, trasformandole in senzatetto.
  7. Le consegne di cibo da altre parti del paese verso il Bengala vennero respinte dal governo, da un lato per indebolire il movimento d’indipendenza, dall’altro per rendere il cibo studiatamente scarso. Questa fu una politica di particolare crudeltà introdotta nel 1942 sotto la denominazione di “Rice Denial Scheme” [Programma di rifiuto del riso]. Lo scopo di tutto ciò era di impedire un efficiente rifornimento di cibo ai giapponesi dopo un’eventuale invasione. Nel quadro di questa politica, il governo autorizzò i mercanti ad acquistare riso a qualunque prezzo e a venderlo al governo per essere immagazzinato nei depositi governativi.
  8. Questo assegno in bianco del governo scatenò l’inflazione dei prezzi. Il risultato fu che alcuni mercanti non consegnarono il cibo al governo ma lo accumularono [in proprio], sperando in margini di profitto più alti quando lo avrebbero venduto in seguito. Questo portò ad ulteriori penurie di cibo sul mercato e ad ulteriori aumenti dei prezzi.
  9. Per considerazioni militari, il governo ordinò che il rifornimento di cibo destinato ai soldati, agli impiegati governativi e ai lavoratori dell’industria militare dovesse essere mantenuto a qualunque costo. Oltre a questa spinta verso l’inflazione, le massicce attività militari nel Bengala, che venivano fondamentalmente finanziate con il lavoro straordinario delle stamperie della moneta, condussero ad un’inflazione generale, che colpì in modo particolarmente duro la popolazione impoverita delle campagne.[13]
  10. Il 16 Ottobre del 1942, un uragano provocò un’onda alta cinque metri, che inondò l’intero delta inferiore del Gange. Esso distrusse il raccolto dell’inverno, disseminò di sale una gigantesca area di terra, uccise circa 14.500 persone e il 10% del bestiame. Il legname per la cremazione dei cadaveri non era disponibile, e la putrefazione dei cadaveri provocò la contaminazione dell’acqua potabile e infine la diffusione del colera e di altre malattie contagiose.
  11.  Per quanto riguarda le misure di assistenza introdotte dopo l’inondazione dell’autunno/inverno del 1942/43, il governo restituì solo un terzo del cibo che era stato ritirato in precedenza dal Bengala. Ulteriori forniture di cibo da altre zone dell’India vennero acquistate solo durante la primavera successiva quando la carestia del Bengala era in pieno svolgimento. Questo di nuovo portò ad un aumento generale dei prezzi.
  12. Il governo non pensò mai ad esercitare un controllo legale sui prezzi degli alimenti essenziali.
  13. Poiché i trasporti militari avevano la precedenza assoluta, il sistema indiano dei trasporti non fu in grado di fornire maggiori quantità di cibo al Bengala.
  14. Anche se la legge inglese in India aveva stabilito che in caso di carestie avrebbero dovute essere applicate misure di emergenza, la carestia del Bengala non venne mai riconosciuta come tale, non venne dichiarato lo stato di emergenza, e perciò non venne presa alcuna drastica contromisura per migliorare la situazione. Non fu fino all’Ottobre del 1943 che il governo inglese prese atto della situazione di emergenza, ma continuò a rifiutarsi di introdurre ogni misura necessaria di aiuto.

 

    

Vittime delle sterminio per fame nel Bengala (1942-1945) durante la loro cremazione.

La responsabilità inglese

 

I dati statistici riguardanti il Bengala degli anni 1942-44 rivelano che la disponibilità di cibo fu la più scarsa in un arco di almeno 15 anni, e probabilmente più bassa dell’11% rispetto al 1941.[14] Questa penuria di cibo provocata dalla guerra e dalla catastrofe dell’inondazione potrebbe non essere stata sufficiente, da sola, a scatenare una carestia tanto enorme, tale da condurre 4 milioni di persone alla morte per fame, tra le quali circa un terzo dell’intera popolazione dei senza terra. Si trattò in realtà di una combinazione di diversi fattori a provocare la catastrofe, della quale portano la responsabilità principalmente le autorità inglesi di occupazione, fattori che sono così riassumibili:

a) Il capitalismo inglese modello Manchester distrusse il sistema sociale tradizionale e causò l’impoverimento di larghi settori della popolazione.

b) La soppressione del movimento d’indipendenza indiano e la mancanza di volontà degli inglesi di aiutare i ribelli indiani in difficoltà.

c) Una politica militare attuata in modo spietato sulla pelle dei settori socialmente deboli della popolazione, che assomiglia in parte alla politica di Stalin della “terra bruciata”.

d) Mancanza di volontà e incompetenza, da parte dei colonizzatori, nel riconoscere la catastrofe della carestia e nell’introdurre contromisure appropriate, specialmente importazioni di cibo.

 

Un paragone europeo

 

Le catastrofi che vennero provocate dall’imperialismo inglese non sono limitate al subcontinente indiano. Per molti aspetti, la storia delle sofferenze irlandesi assomiglia a quella dell’India, sebbene gli irlandesi abbiano sofferto molto più a lungo e più spaventosamente sotto l’Inghilterra di quanto sia accaduto agli Indiani. James Mullin ha scritto su questo argomento nel giornale The Irish People:

“[…] Sembra che gli impiegati statali coloniali inglesi in India abbiano provocato una carestia simile, come fecero in Irlanda un secolo prima. […]”[15]

Inoltre, una caratteristica straordinaria di questo elenco orribile di genocidi e stermini mondiali, provocati dall’imperialismo inglese (attraverso guerre, epidemie e carestie), è la totale assenza di una qualsiasi consapevolezza pubblica [di tali fatti] in Inghilterra. L’analisi degli scritti riguardanti la storia inglese mostra ad esempio, che la carestia irlandese degli anni 1845-1847 è trattata con poche righe al massimo. E, come Mullin fa notare, può difficilmente sorprendere il fatto che la carestia del Bengala non sia menzionata affatto.

Anche se l’India importò circa 1.8 milioni di tonnellate di cereali prima della guerra, l’Inghilterra si assicurò che l’India avesse un surplus di esportazione di riso a livelli record nell’anno finanziario 1942/43.

“La cattiva situazione del Bengala venne discussa nel Parlamento Inglese durante una riunione a cui partecipò solo il 10% dei membri.

Ripetute richieste di importare cibo in India (400 milioni di persone) portarono alla fornitura di circa mezzo milione di tonnellate di cereali negli anni 1943 e 1944. In contrasto con questa misura fu l’importazione netta in Gran Bretagna (50 milioni di persone) di 10 milioni di tonnellate solo nella seconda metà dell’anno 1943.”

Churchill negò ripetutamente ogni esportazione di cibo in India, a dispetto del fatto che circa 2.4 milioni di indiani prestavano servizio nell’esercito inglese durante la seconda guerra mondiale.

Il Premio Nobel Amartya Sen è sopravvissuto alla carestia del Bengala, avendo all’epoca nove anni d’età. Egli ha raccontato di quante persone affamate e morenti apparissero improvvisamente dal nulla. Secondo l’opinione del prof. Sen, sono sempre i sistemi politici dispotici che sono affetti da catastrofi dovute alla fame, mai le democrazie, perché esse devono prestare più attenzione ai bisogni basilari delle persone. Considerando, tuttavia, che la democrazia non ha preservato l’India, il Bangladesh e altri paesi del terzo mondo dal soffrire gravi carestie, l’opinione di Sen è certamente semplicistica.

Nell’India coloniale e in Irlanda, gli inglesi hanno governato in modo dispotico. Essi esercitavano un potere assoluto, che spesso corrompe in modo totale, come è ben risaputo. Ma governi corrotti hanno poco interesse nel fermare una carestia, quali che siano le ragioni del suo accadimento. In Irlanda, come pure in India, il cibo avrebbe potuto essere disponibile, se non con una redistribuzione, anche per mezzo di importazioni massicce o di un cambiamento delle politiche repressive, ma non c’erano incentivi per tali cambiamenti. La politica coloniale inglese fu animata esclusivamente dallo sfruttamento delle sue colonie per quanto i popoli soggetti lo avrebbero permesso senza importanti ribellioni.

 

Opposte attenzioni

 

In anni recenti, il giovane storico tedesco Christian Gerlach si è fatto conoscere per il suo esame della politica alimentare del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. In due monografie egli ha affermato che il Terzo Reich, in base alle esperienze acquisite durante la prima guerra mondiale, fece qualsiasi cosa per assicurare che la popolazione tedesca non soffrisse a causa della fame durante la guerra. A tale scopo, le risorse alimentari dei territori occupati vennero utilizzate per garantire i bisogni della Germania, trascurando deliberatamente i bisogni alimentari delle popolazioni occupate. Secondo Gerlach, questo fu particolarmente vero per i territori orientali che vennero temporaneamente occupati dai tedeschi durante la campagna di Russia. Di conseguenza, i due libri di Gerlach riguardanti tale argomento, che vennero pubblicati dall’editore comunista Jan Philipp Reemtsma, hanno titoli eloquenti: Guerra, nutrizione e genocidio, e Omicidi Calcolati: La politica tedesca economica e di sterminio nella Russia Bianca dal 1941 al 1944.[16] Gerlach è certamente corretto nella misura in cui il governo del Reich riteneva prioritario il nutrimento delle truppe combattenti e del suo stesso popolo rispetto al nutrimento dei gruppi di popolazione essenzialmente inattivi delle zone occupate. Sotto questo aspetto la politica della Gran Bretagna assomiglia a quella della Germania dell’epoca, entrambe improntate ad una logica puramente bellica. C’è comunque una bella differenza: mentre la situazione alimentare nelle zone dell’Unione Sovietica occupate dai tedeschi era disastrosa in certe aree non a causa di provvedimenti tedeschi, ma a causa della politica della “terra bruciata” attuata da Stalin durante la ritirata sovietica – un fatto cui Gerlach quasi non dedica attenzione – la corrispondente penuria e l’inflazione dell’India furono essenzialmente la conseguenza della politica inglese.

Purtroppo bisogna anche aggiungere che, come sempre, le atrocità tedesche, vere o presunte, ricevono un’attenzione unilaterale e spesso distorta da parte dell’opinione pubblica, mentre descrizioni equilibrate e studi comparativi di eventi analoghi che sono accaduti altrove nel mondo vengono generalmente evitati. Questi ultimi, infatti, potrebbero mettere in dubbio la presunta unicità della “malvagità” tedesca e una cosa del genere è, come si sa, politicamente scorretta e perciò indesiderabile.



[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo in inglese dell’articolo può essere consultato all’indirizzo: http://vho.org/tr/2003/1/Pfitzner71-75.html .

[2] Mohiuddin Alamgir, Bangladesh, Bangladesh Institute of Development Studies, Dacca, 1978, p. 48.

[3] Mohiuddin Alamgir, Famine in South Asia [La carestia nell’Asia meridionale], Oleshlager, Gunn & Han, Cambridge, 1980, p. 59.

[4] C. Walford, “The Gamines of the World: Past and Present” [I monelli del mondo: passato e presente], in Journal of the Statistical Society, 41 (3) (1978), pp. 436-442.

[5] A. Loveday, The History and Economics of Indian Famines [La storia e l’economia delle carestie indiane], Bell & Sons, London 1914, p. 135.

[6] Per questo vedi Paul R. Greenough, Prosperity and Misery in Modern Bengal, Oxford University Press, New York/Oxford, 1982, pp. 42-61.

[7] Riguardo agli effetti disastrosi dell’applicazione integrale della teoria del libero mercato in India, vedi S. Ambirajan, Classical Political Economy and British Policy in India [Economia politica classica e politica inglese in India], Cambridge University Press, Cambridge, 1978, specialmente le pagine 59-100 dedicate a varie carestie.

[8] Paul R. Greenough, op. cit. (nota 5), pp. 61-70.

[9] Amartya Sen, Poverty and Famines [Povertà e carestie], Oxford University Press, New York/Oxford, 1981, pp. 52-85.

[10] Peter Bowbrick, How Sen’s Theory Can Cause Famines [Come la teoria di Sen può provocare carestie], Quality Economics, Nottingham, 1997; P. Bowbrick, A refutation of Professor Sen’s theory of Famines [Una confutazione della teoria sulle carestie del prof. Sen] . Institute of Agricoltural Economics, Oxford, 1986.

[11] Per questo, vedi la Lettera all’editore di Peter Bowbrick, “Tatsachen, Theorie und der Nobelpreis”, in Vierteljahreshefte fur freie Geschichtsforschung 4 (3&4) (2000); in inglese: “Fact, theory and the Nobel Prize” [La realtà, la teoria e il Premio Nobel]; in rete: www.vho.org/VffG/1999/3/Bowbrick.html 

[12] Tali cause sono state riassunte in modo ottimale da Paul R. Greenough, op. cit. (nota 5), pp. 86-138.

[13] Per questo, vedi: Sugata Bos, “Starvation amidst Plenty: The Making of Famine in Bengal, Honan and Tonkin, 1942-1945” [La fame in mezzo all’abbondanza: la causa della carestia in Bengala, nell’Honan e  nel Tonchino], in Modern Asia Studies 24 (4) (1990), pp. 699-727.

[14] O Goswami, “The Bengal Famine of 1943: Re-examining the Data” [La carestia del Bengala del 1943: riesaminare I dati], in The Indian Economic and Social History Review, vol. 27, n°4, 1990.

[15] “British greed, grain exports and callous indifference. The 1943 famine in Bengal, India” [Avidità inglese, esportazioni di grano e cinica indifferenza: la carestia del 1943 nel Bengala, India], The Irish People (NY), 14 Novembre 1998; ho tratto da questo articolo tutte le citazioni seguenti.

[16] Hamburger Edition, Hamburg, 1998 e 1999.