TREBLINKA: CAMPO DI STERMINIO O CAMPO DI
TRANSITO?
Di Jurgen Graf (2004)[1]
Alla fine di Novembre o all’inizio di Dicembre del 1995, durante una passeggiata serale nel tardo e freddo autunno di Mosca, Carlo Mattogno ed io avemmo un’ispirazione. Stavamo lavorando in due archivi russi dove si trovavano documenti tedeschi dell’epoca di guerra. Mentre il nostro principale obbiettivo di ricerca era il campo di concentramento di Auschwitz, scoprimmo anche un bel po’ di materiale su Treblinka nell’Archivio della Federazione Russa, inclusi molte testimonianze oculari e rapporti delle commissioni sovietiche. A dispetto dell’assenza di documenti tedeschi di prima mano, decidemmo di scrivere un libro su Treblinka. Diverse importanti indagini revisioniste di questo famoso “campo di puro sterminio” erano già apparse. Udo Walendy aveva preparato una critica dettagliata della versione ufficiale di Treblinka nel N°44 di Historische Tatsachen (Fatti Storici) indicando una serie di impossibilità tecniche come pure di contraddizioni tra i testimoni oculari. L’antologia Dissecting the Holocaust (Esaminare l’Olocausto), che venne pubblicata nel 1994 da Ernst Gauss (alias Germar Rudolf), conteneva tre saggi – di John Ball, Friedrich P. Berg, e Arnulf Neumaier – che si occupavano in tutto o in parte di Treblinka. Tutti questi autori, tuttavia, si limitavano a confutare la versione ortodossa della “fabbrica della morte”, senza tentare di scoprire una funzione alternativa di Treblinka.

Treblinka.
Monumento di pietra al centro del campo.
Foto di Carlo Mattogno, 1997.
Questo non è in alcun modo sorprendente: mentre ad Auschwitz e Majdanek sono rimasti un gran numero di documenti, quelli su Treblinka (come pure gli altri “centri di puro sterminio” Belzec, Sobibor e Chelmno) sono praticamente scomparsi; né il visitatore troverà alcuna traccia tangibile nei siti dei campi suddetti. L’immagine attuale dei “centri di sterminio” è perciò basata solo su testimonianze oculari. Non è una cosa facile scoprire la funzione reale di questi campi in queste circostanze.
Fu principalmente per questa ragione che Mattogno ed io
congelammo temporaneamente il nostro progetto su Treblinka. Durante il corso di
un intenso viaggio in Polonia nell’estate del 1997, potemmo visitare il sito di
Treblinka,
Il nostro interesse per Treblinka si rinnovò alla fine del
1999, quando il nostro amico australiano Fredrick Toben ci informò delle
indagini con il radar per il rilevamento del sottosuolo compiute dal suo
compatriota Richard Krege, un giovane ingegnere. Per mezzo di un radar, che
scopre irregolarità nella struttura del terreno e può indicare elementi
sotterranei come oggetti seppelliti e luoghi di sepoltura, Krege ispezionò
l’area di Treblinka, che, secondo i testimoni oculari, conteneva gigantesche
fosse comuni. Poiché si ritiene che né Treblinka, né Belzec, Sobibor, o Chelmno
abbiano avuto crematori, i cadaveri da
Questa era una notizia eccitante. Se i risultati di Krege erano corretti, allora la storia del campo di sterminio era, con certezza scientifica assoluta, finita, poiché la versione ufficiale di Treblinka si regge e cade con l’esistenza di queste fosse. Contattai velocemente l’ingegnere australiano per telefono per conoscere i dettagli. Egli mi informò che i suoi dati erano incompleti: ulteriori ispezioni sul posto erano necessarie. Egli progettò di esaminare anche Belzec e Sobibor. Decidemmo di lavorare assieme.
Poiché l’affitto per due settimane dell’equipaggiamento del
radar era superiore ai mezzi di Krege, inviai una lettera richiedente donazioni
ai miei sponsor e amici, e riuscii a raccogliere l’importo necessario. Il 21 di
Agosto del 2000, sei giorni dopo il mio 49° compleanno (a quell’epoca lasciai
la mia patria,

Treblinka. Traverse di cemento, lungo una piattaforma di
cemento, simboleggianti il binario ferroviario e la rampa del campo. Foto di
Carlo Mattogno, 1997.
La nostra prima meta fu Auschwitz. Per il suo studio, Krege aveva bisogno di un paragone tra Treblinka e un luogo dove fossero state scavate fosse comuni al tempo della seconda guerra mondiale. Alcune tra queste fosse sono ubicate ad Auschwitz-Birkenau, dove circa 20.000 vittime perirono durante una micidiale epidemia di tifo petecchiale nel corso dell’estate e dell’autunno del 1942. Poiché la capacità del vecchio crematorio nel campo principale era di gran lunga insufficiente per la cremazione di tutte le vittime dell’epidemia e i crematori di Birkenau non erano ancora stati costruiti, i cadaveri furono per la maggior parte sepolti in fosse comuni, che sono chiaramente visibili nelle foto aeree degli alleati così come sono state pubblicate e analizzate da John Ball. Non avemmo problemi nel trovare una delle fosse con il dispositivo del radar; la conformazione e la vegetazione del terreno differivano inequivocabilmente da quella delle aree adiacenti. Krege lavorò lì per due giorni con il suo equipaggiamento. Poiché non avevo idea di come funzionasse l’apparato, non potevo essere di grande aiuto, così il mio compito in quel viaggio fu limitato al ruolo di interprete.
La tappa successiva fu Belzec, dove il mio collega trovò condizioni ambientali ideali. Sebbene si presuma che circa 600.000 ebrei siano stati gassati in questo campo minuscolo – vale a dire un decimo dei famosi “sei milioni” – esso attira pochi visitatori, e le autorità polacche non hanno ritenuto necessario costruirvi un museo. Così Krege poté lavorare lì per giorni indisturbato, specie grazie al fatto che Madre Natura ci sorrideva. Le condizioni furono differenti a Sobibor: primo, c’è un museo all’entrata del campo, gli impiegati del quale sono svelti a notare ogni attività non autorizzata nell’area del campo e, secondo, come ci informò un giovane storico polacco che lavorava nel museo, l’ubicazione esatta (o presunta) delle fosse comuni è sconosciuta. Poiché questo storico conosceva Mattogno e il sottoscritto come revisionisti dalla nostra precedente visita del 1997, rinunciammo ad ogni segretezza e chiedemmo il permesso di utilizzare il radar. L’uomo ci indirizzò ad un ufficio a Varsavia per ottenere la necessaria approvazione; rinunciammo ad un tentativo tanto inutile e continuammo in direzione di Treblinka.
Lì soggiornammo in una pensione ben tenuta ai margini della piccola città di Ostrow, non lontano da Treblinka. Durante i giorni successivi Krege lavorò instancabilmente con il suo radar, controllando ogni metro quadrato di terreno nell’area delle presunte fosse comuni. Poiché arrivavano continuamente bus con visitatori (frequentemente israeliani), io stavo continuamente sulle spine. Fortunatamente l’operosa attività del mio compagno non provocò sospetti tra i pellegrini dell’Olocausto, e così lasciammo Treblinka senza alcun imbarazzante incidente. Krege ritornò a casa via Germania il giorno seguente, mentre il mio percorso mi condusse ulteriormente ad Est – prima a Lemberg (Lviv), in Ucraina, dove compii delle ricerche per diversi giorni nell’archivio locale, poi a Mosca, e due mesi più tardi in oriente. Ma questa è un’altra storia.
Richard Krege presentò i risultati iniziali della sua
ricerca, esposti su diapositive, in due conferenze (nel Giugno del
Pianta di Treblinka,
disegnata da Samuel Willenberg nel 1984 (da S. Willenberg, Revolt in
Treblinka, Zydowski Instytut Historyczny,
Warsaw, 1989, p. 6). Il libro di Mattogno e Graf include una presentazione
cronologica delle varie mappe del campo, pubblicate dopo la guerra, che
dimostra le molte inesattezze di tali mappe.
Treblinka: campo di sterminio o campo di transito? è in massima parte opera di Carlo Mattogno, poiché egli ha scritto sette dei nove capitoli. Io sono l’autore del primo e del quinto capitolo, dell’introduzione e della conclusione; io ho anche tradotto i capitoli di Mattogno in tedesco. La prima parte del libro include una rassegna sia della storiografia ortodossa su Treblinka che di quella revisionista, un’accurata analisi dell’origine della versione ufficiale di Treblinka, una sistematica confutazione storica e tecnica di tale versione che va molto oltre la precedente storiografia revisionista, ed un esame dei processi aventi per oggetto Treblinka in Germania ed Israele, nei quali praticamente ogni principio di giustizia venne messo da parte. La seconda parte del nostro libro stabilisce che Treblinka era un campo di transito, attraverso il quale gli ebrei deportati da Varsavia ed altre città polacche erano convogliati, in parte verso Est nei territori sovietici occupati, in parte a Sud verso Majdanek e altri campi di lavoro nel distretto di Lublino.
Secondo la storiografia ufficiale, agli ebrei che arrivavano veniva detto che essi si trovavano in un campo di transito, dove essi dovevano fare la doccia e i loro vestiti dovevano essere disinfestati prima di continuare il viaggio. In tal modo, continua la storia, gli ebrei venivano adescati ad entrare nelle camere a gas. Noi sosteniamo che la prima parte della storia è corretta: gli ebrei facevano la doccia, e i loro averi venivano posti nelle camere di disinfestazione. Come si sa, le camere tedesche di disinfestazione durante la guerra funzionavano spesso con il vapore. Se questo fosse il caso di Treblinka, sarebbe la chiave della prima versione del mito dello sterminio, secondo cui gli ebrei venivano presuntamente uccisi a Treblinka con il vapore. Il 15 novembre del 1942, meno di quattro mesi dopo l’apertura del campo, l’organizzazione della resistenza del ghetto di Varsavia pubblicò un lungo rapporto intitolato Treblinka: eterno disonore della nazione tedesca, nel quale veniva asserito che fino a quel momento due milioni di ebrei (quasi 20.000 al giorno!) erano stati uccisi in camere a vapore. Il rapporto continuava affermando che i cadaveri erano stati sepolti nelle fosse comuni più grandi di sempre, e che dopo lo sterminio di tutti gli ebrei “il fantasma della morte nelle camere a vapore si ergeva davanti agli occhi dell’intero popolo polacco.” Treblinka: eterno disonore venne preso assai seriamente nel ghetto di Varsavia. La giornalista Eugenia Szaijn-Levin scrisse nel suo diario le parole seguenti:
“Il peggio è la morte a Treblinka. In questi momenti siamo diventati tutti consapevoli di Treblinka. Lì le persone vengono bollite vive.”
Dopo che l’Armata Rossa conquistò la regione attorno a Treblinka nell’Agosto del 1944, le commissioni sovietiche d’indagine si misero immediatamente a lavoro, riferendo che tre milioni di persone erano state uccise nel campo. Tuttavia, il metodo di uccisione menzionato non fu più il vapore, ma piuttosto il soffocamento ottenuto per mezzo dell’estrazione dell’aria dalle camere della morte grazie ad una pompa azionata da un motore diesel. Gradualmente il motore diesel, che all’inizio aveva solo azionato la pompa, venne trasformato nell’arma del delitto in sé stessa. L’autore dell’ultima contraffazione della realtà di Treblinka fu il falegname ebreo Yankiel Wiernik, che, nel Maggio del 1944, plagiò il rapporto della resistenza del Novembre del 1942, sostituendo le “camere a vapore” con le “camere a gas”.
E’ abbastanza probabile che a Treblinka ci fosse un motore diesel: un generatore sarebbe stato necessario per fornire l’elettricità richiesta, e un tale apparecchio era normalmente azionato da un motore diesel. Poiché le esalazioni di un motore diesel puzzano terribilmente, il tecnico dilettante Wiernik credé evidentemente che queste esalazioni fossero un mezzo di sterminio appropriato. Questo è un errore grossolano, poiché, come Friedrich P. Berg e altri revisionisti hanno sottolineato, tali emissioni, a causa del loro alto contenuto di ossigeno e al basso contenuto di monossido di carbonio, sono poco adatte per l’uccisione di persone; ogni motore a benzina sarebbe più efficiente.
Tra l’Agosto del 1944 e la fine del 1945, differenti metodi di sterminio si contesero il predominio nella propaganda nera. I tre menzionati più spesso erano il soffocamento tramite pompa aspiratrice d’aria nelle camere della morte, le esalazioni diesel, e il vapore. L’autore ebreo-sovietico Wassili Grossmann scrisse nel suo rapporto horror L’inferno di Treblinka, che venne pubblicato in numerose lingue nel 1945 (e secondo il quale il “filo spinato che circondava la terra desolata di Treblinka catturò più vite umane di tutti i mari e gli oceani messi insieme dall’inizio del genere umano”), che tutte e tre le tecniche vennero utilizzate, ma soprattutto la prima. Sebbene un documento sottoposto dalle autorità polacche al tribunale di Norimberga nel Dicembre del 1945 affermava che diverse centinaia di migliaia di ebrei erano stati uccisi a Treblinka con il vapore (PS-3311), il giudice polacco Zdzislaw Lukaszkiewicz, l’autore dei primi rapporti forensi su Treblinka, decise per le esalazioni diesel, perché questo gli sembrava la più credibile tra le varie tecniche di sterminio riferite dai testimoni. Nel Febbraio del 1946 l’ex detenuto di Treblinka Samuel Rajzman, in una testimonianza presentata a Norimberga, parlò solo di camere a gas. Poiché il rapporto Gerstein, che a quell’epoca stava attirando l’attenzione degli storici, menzionava anch’esso i motori diesel come l’arma del delitto a Belzec e a Treblinka, la camera a gas diesel divenne da quel momento un “fatto storico stabilito”, e le altre varianti sparirono nel bidone della spazzatura della storia. La cifra originale per le vittime di Treblinka, tre milioni, venne abbandonata come troppo incredibile; negli anni seguenti furono considerati soddisfacenti numeri molto più bassi.
In totale, i vari testimoni elencarono i seguenti metodi di sterminio per Treblinka:
1) esalazioni da un motore non specificato, con il veleno aggiunto al carburante.
2) Una camera a gas mobile che viaggiava lungo le fosse comuni e vi scaricava dentro i cadaveri.
3) Camere a gas con gas a reazione ritardata, che permetteva alle vittime di camminare verso le fosse comuni, dove perdevano conoscenza cadendovi dentro.
4) Calce viva versata in vagoni ferroviari; secondo questa versione Treblinka fungeva solo come luogo di sepoltura.
5) Vapore bollente.
6) Corrente elettrica.
7) Fucilazione con mitragliatori.
8) Soffocamento mediante pompa aspiratrice d’aria.
9) Cloro gassoso.
10) Zyklon B
11) Esalazioni diesel.
Questa totale confusione è naturalmente decisamente imbarazzante per gli storici. Mentre i meno avventurosi, come Raul Hilberg, si sono accontentati di ignorare tutte le tecniche di uccisione tranne il motore diesel, gli scrittori più impudenti si sono abbassati a falsificare le fonti storiche. Questo è vero specialmente per il professore israeliano Yitzhak Arad, autore dell’opera “standard” Belzec, Sobibor, Treblinka, i campi della morte dell’Operazione Reinhard, nella quale le descrizioni del movimento di resistenza del Novembre del 1942 sono riprodotte in dettaglio, ma le originali “camere a vapore” sono sostituite ogni volta con il termine “camere a gas”!
In breve: la versione ufficiale di Treblinka è un’ininterrotta catena di assurdità. Questo, tuttavia, non risponde alla questione dello scopo reale del campo. Alcuni revisionisti come Arthur Butz, Robert Faurisson, Mark Weber, e Andrew Allen hanno ipotizzato molti anni fa che Treblinka fosse un campo di transito. Mattogno stabilisce meticolosamente, sulla base di numerosi documenti, la politica nazionalsocialista del ristabilimento degli ebrei ad Est in due capitoli, e nel capitolo finale fornisce prova dopo prova che quegli ebrei che furono portati a Treblinka vennero in realtà inviati oltre verso altre destinazioni. Per respingere l’obiezione che, alla fine, non importa se gli ebrei furono gassati in Polonia o fucilati più ad Est, Mattogno in un altro capitolo esamina attentamente la tesi degli storici ortodossi, secondo cui gli Einsatzgruppen perseguirono una politica di sterminio sistematico degli ebrei nei territori orientali occupati, e dimostra che tale accusa è insostenibile.
Che Treblinka funse, tra le altre cose, da campo di transito
per Majdanek e altri campi di lavoro nell’area di Lublino è ammesso anche dagli
storici ebrei Tatiana Berenstein e Adam Rutkowski. Nel verdetto del processo
Demjanjuk a Gerusalemme venne fatto il nome di certi ex deportati ebrei che
arrivarono a Majdanek dopo una breve sosta a Treblinka. E’ più difficile
provare che gli ebrei vennero deportati da Treblinka nelle zone sovietiche
occupate, ma almeno una prova
solidamente documentata esiste. Il 31 Luglio del 1942, una settimana dopo
l’apertura di Treblinka, il Reichskommissar per
Naturalmente molto è ancora oscuro: il numero esatto degli ebrei trasportati a Treblinka, le destinazioni esatte di quelli che vennero trasferiti da lì, il destino di quelli che sopravvissero alle dure condizioni della guerra. Questa è la ragione per sperare che la crescente accessibilità degli archivi nelle nuove nazioni che sono scaturite dalla ex USSR renderanno possibile per gli storici interessati alla verità di gettare più e più luce in questa oscurità.
Il nostro libro contiene numerose foto e documenti ed è basato sull’analisi della letteratura tedesca, polacca, francese, e inglese pubblicata su Treblinka e su una intensa ricerca in molti archivi. Carlo Mattogno ha basato la parte tecnica parzialmente su fonti pre-belliche; egli cita, ad esempio, uno studio tossicologico preparato da importanti esperti e pubblicato in Germania nel 1930, che indica che già a quel tempo i tedeschi avevano una conoscenza esatta del pericolo relativamente basso delle esalazioni diesel, che smaschera la falsità del racconto delle camere a gas con esalazioni diesel. Dubitiamo fortemente che i rappresentanti della storiografia ortodossa potranno respingere il nostro libro con qualcosa di più che procedimenti giudiziari e testimonianze, come quelle di Abraham Bomba, che descrisse nel film di Claude Lanzmann Shoah come tagliava i capelli di settanta donne nude in una camera a gas di metri 4x4.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale può essere consultato in rete all’indirizzo: http://vho.org/tr/2004/1/Graf97-101.html .